Track this topic 0 | Pages in topic: < [1 2] | | User | Thread poster: Mariella Bonelli La biblioteca del traduttore e dell'interprete | Leonardo La Malfa Italy Local time: 11:35 English to Italian + ... |
Ciao Simon,
in linea generale, sono d'accordo con Raffaella, e nello specifico:
Anch'io trovo molto più utile studiare concentrandosi sullo stile, sulla lingua, sulla sintassi, sulla materia che si traduce, ecc.
Penso però che la teoria della traduzione serva soprattutto a renderci consapevoli delle scelte che compiamo, ad attivare degli spunti di riflessione su aspetti che spesso nella frenesia del nostro lavoro diamo per scontati o sorvoliamo. |
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A mio modo di vedere, la teoria della traduzione fornisce al traduttore una prospettiva, non propriamente privilegiata, ma quanto meno strategica nei confronti sia del testo quotidiano da tradurre sia del mestiere in generale. Confrontandoci criticamente con le riflessioni di studiosi internazionali, sprovincializziamo gli orizzonti della nostra cultura e prendiamo coscienza del fatto che le tecniche e gli approcci di cui ci appropriamo sono stati in realtà già analizzati da innumerevoli esperti del settore – esperti spesso sia a livello teorico che pratico. In un certo senso, cominciare già sulle spalle dei giganti rende la scalata molto meno dura.
| Cos’è che non riesco a vedere? Ho fatto una domanda del genere dieci anni fa su Langit e un paio di anni fa su Biblit ma non ho mai ricevuto risposta. Spero che qui su ProZ.com sarete più generosi nel chiarire la cosa :- ) |
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Mi chiedo se la memoria non t'inganna, sia perché 2 risposte le hai ricevute, seppur una indirettamente, sia perché non è trascorso poi così tanto tempo. Infatti, dieci anni fa su Langit non c'ero di sicuro, ma non frequentavo neppure Biblit qualche anno fa. Eppure, ricordavo già queste tue riflessioni, ed è per questo che sono andato a recuperare nell'archivio una discussione che risale a marzo di quest'anno. Non so se sia lecito citare qua le tue parole, perciò le parafraserò, e per questo perdonami e correggimi se talvolta le interpreterò male.
1. Il tuo messaggio faceva riferimento alla laurea in traduzione, e poiché lo studio della traduzione implica lo studio della relativa teoria, il tuo intervento in un certo senso è la tua stessa risposta. Tu indichi come vantaggio principale un'indubbia riduzione dei tempi che l'apprendimento del mestiere normalmente richiede. Con un efficace esempio, dimostri come un buon professore potrebbe insegnare cose che altrimenti sarebbero assimilate in un arco di tempo ben più lungo – nell'ordine di anni, puntualizzi, anziché di mesi. Giustamente, aggiungi, questo è un vantaggio che il laureato ha solo all'inizio su un suo pari che invece approccia la traduzione direttamente come lavoro, ma che col tempo non rappresenterà una garanzia di qualità.
| Tantissimi musicisti - e non parlo solo di compositori - non sanno niente della teoria che si impara dai libri eppure con la pratica riescono a interpretare i loro testi in modo sublime. |
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D'accordissimo, e ci tengo a sottolineare, anzi, che non sto polemizzando col tuo punto di vista, tutt'altro; ti sto solo ricordando che qualcuno su Biblit ti aveva già risposto: te stesso! A proposito dei musicisti, infatti, chiedi se un famoso pianista sarebbe oggi migliore se avesse seguito qualche corso di musica, ma la risposta è ovviamente no: sarebbe stato sicuramente un "aiuto", come per la traduzione lo è lo studio della stessa. Ma una laurea non ti rende in alcun modo un "buon traduttore", come osservi a ragione.
2. Ad ogni modo, potresti benissimo rispondermi: "in realtà, io ho detto qualche anno fa perché a marzo non ho fatto esattamente la domanda di cui sopra". Beh, se tu non hai fatto la domanda allora non ti sei dato neanche una risposta, temo. E, per quanto questo post stia degenerando in un marzullismo sempre più avanzato, sebbene la mia e-mail in quello scambio in lista abbia preceduto la tua, in realtà conteneva già un'ulteriore risposta alla tua futura (non) domanda. Cerco di spiegarmi meglio: continuando nella tua analisi, tu affronti un importante effetto collaterale che sembra colpire chi studia all'università la traduzione di narrativa, e cioè l'atteggiamento di arrogante disprezzo nei confronti della traduzione "tecnica", considerata "bassa". Ciò, a dire il vero, era stata proprio la scintilla che aveva scatenato in lista l'intero filone, cui anch'io avevo preso brevemente parte. Nel mio messaggio, ho citato un saggio di Kermode (che, per restare in tema e non farmi cancellare, consiglio: Kermode, Frank. Institutional Control Of Interpretation. Essays on Fiction, 1971-82. Routledge & Kegan Paul, 1983) per puntualizzare che, nonostante la conoscenza che ci sembra di aver accumulato attraverso lunghi anni di studio e sofisticate armi gnoseologiche affilate come coltelli, alla fine si tratta solo di convinzioni personali e nulla più. Dunque, sebbene da una parte io abbia studiato teoria della traduzione, dall'altra proprio per questo sento di dover avere più umiltà nell'approccio con la mia professione. Sebbene abbia portato Kermode come esempio, paradossalmente l'ho fatto solo per dimostrare che lo studio non ci fornisce una mappa per il paese della verità o quello ancora più lontano della perfezione. Possiamo solo tentare di farne uno schizzo personale, e mai universale. Studiare mi ha insegnato che le etichette tipo "Senso", "Significato", "Unica Traduzione Possibile", sono solo effimere interpretazioni personali che incolliamo sulle opere altrui, e che non sopravvivranno intatte al tempo. La risposta che ti avevo dato in anticipo era quindi: umiltà. Paragonarmi con chi è più "grande" di me mi ha insegnato che fortunatamente ho ancora tanto da imparare, da chi fa solo teoria, da chi fa solo pratica, e da chi fa entrambe. Ma anche questa, ahimè, temo sia soltanto un'opinione personale.
Chiudo tentando di prevenirti un'ultima volta, ma senza alcuna presunzione! Potresti benissimo dire, a questo punto: "ma la tua e-mail non conteneva una risposta per me, né ad una domanda che ancora non avevo neppure fatto". Beh, come traduttore ho tentato in qualche modo di cogliere il tema principale attorno a cui ruotano tutti gli altri ragionamenti, e mentre il tuo intervento sembrava porre un punto interrogativo sulla teoria della traduzione, il mio ne aveva già messo uno esclamativo alla fine della parola umiltà!
Buonanotte,
Leonardo | | | | Riccardo Schiaffino United States Local time: 03:35
 Member (2002) English to Italian + ... | | Consapevolezza di quello che facciamo | Oct 5, 2008 |
Raffaella Moretti wrote:
Penso però che la teoria della traduzione serva soprattutto a renderci consapevoli delle scelte che compiamo, ad attivare degli spunti di riflessione su aspetti che spesso nella frenesia del nostro lavoro diamo per scontati o sorvoliamo.
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Perfettamente d'accordo: è proprio a questo che penso quando dico che la teoria serve a migliorare la pratica. La teoria ci può aiutare ad essere consapevoli delle scelte che facciamo o non facciamo, di quali altre scelte e strategie sarebbero possibili, di perché certe scelte possono essere più o meno appropriate in un dato contesto.
Parafrasando Newmark, ogni atto di traduzione presuppone una teoria dietro di sé, che ne siamo coscienti o meno. Se questo è vero (e penso proprio che lo sia), è meglio essere ben consapevoli della teoria che guida la nostra personale attività di traduzione.
Vedo dalle domande e dai commenti dei miei studenti del corso di traduzione che insegno all'University College di Denver University che molte cose vengono date per scontate o prese per buone acriticamente dagli studenti, spesso in maniera erronea: nebulose idee sulla traduzione che probabilmente gli studenti hanno assorbito da insegnanti di lingua e dalle traduzioni fatte nel corso dell'apprendimento di una lingua straniera (quando le traduzioni possono avere uno scopo ben diverso di quelle fatte in altri contesti), o dall'aver letto qualche articolo che menziona la traduzione "letterale" (che di solito per gli studenti significa "parola per parola") rispetto a quella "libera", e che indica come unico e massimo plauso di una traduzione che sia "scorrevole" (la traduzione "invisibile" secondo Venuti).
Il dibattito sull'utilità o meno della teoria della traduzione per l'esercizio pratico della professione non è, naturalmente, nuovo. Per chi è interessato consiglio un interessante libro, scritto a quattro mani da un accademico (Andrew Chesterman) e da una traduttrice professionista (Emma Wagner):
Chesterman, A. and Wagner, E.: Can Theory help Translators? A dialogue Between the Ivory Tower and the Wordforce. St Jerome, Manchester, 2002 (ISBN 1-90065-049-5).
Un altro paio di libri sulla traduzione che consiglio vivamente sono:
Chesterman, A.: Memes of Translation. Benjamins, Amsterdam/Philadelphia, 1997 (ISBN 90-272-1646-0 (EUR) or 1-58811-012-5 (US))
Baker, Mona: In Other Words. A coursebook on translation. Routledge. London/New York, 1992 (ISBN 0-415-03086-2)
[Edited at 2008-10-05 23:32] | | | | Simon Turner |
Vi ringrazio per le risposte. Riguardo al messaggio di Leonardo, forse non ci siamo capiti (ovvero, mi sono espresso male): la mia domanda non riguardava l'utilità dello studio della traduzione. So bene che serve e che, come ho scritto su Biblit, se avessi studiato avrei iniziato a tradurre molto meglio e molto prima (e probabilmente tradurrei meglio oggi). La mia domanda riguardava invece lo studio della teoria della traduzione - ovvero, libri come quelli di Osimo per il quale avevo indicato un link.
Raffaella mi dà la prima risposta plausibile alla mia domanda quando dice: "...la teoria della traduzione serva soprattutto a renderci consapevoli delle scelte che compiamo". Immagino che sia un modo non proprio infallibile per raggiungere lo scopo ma mi sembra comunque giusto quello che dice. Traducendo critica d'arte dall'italiano, che spesso è incomprensibile non solo per il lettore ma anche per il critico stesso quando faccio una domanda, più volte mi viene il dubbio riguardo alle mie scelte e una conoscenza della teoria della traduzione forse servirebbe.
Anche Riccardo ha ragione quando dice "ogni atto di traduzione presuppone una teoria dietro di sé, che ne siamo coscienti o meno". Sono anni che sto formando una mia teoria di traduzione ma ha poco a che fare con il tipo di approccio di Osimo. Lo vedo più che altro come una questione di sensibilità. Questo è qualcosa che normalmente non si impara, però, dai libri e in alcuni campi, come la pittura o la poesia, lo studio della teoria tende a portare più all'accademismo che alla vera sensibilità. Immagino che Riccardo direbbe che la traduzione non è comparabile alla pittura o alla poesia e rispetto questo punto di vista, anche se avrei qualche dubbio in merito. Il libro di Chesterman e Wagner potrebbe chiarirmi le idee e lo ringrazio per la segnalazione.
Comunque, il fatto di non aver mai studiato formalmente né la traduzione, né la teoria della traduzione inevitabilmente mi crea qualche insicurezza. Ho fatto entrambi i tipi di studio strada facendo in questi ultimi trent’anni ma ancora oggi, quando scopro qualche aspetto per me nuovo, mi chiedo sempre se non l’avrei scoperto trent’anni fa se avessi studiato. L’insicurezza indotta dalla mancanza di studio è comunque un bello stimolo per migliorare (e per studiare :- )
ciao
Simon | | | | Tom in London United Kingdom Local time: 10:35
Member (2008) Italian to English | | Per chi cercasse il bello... | Oct 6, 2008 |
Mariella Bonelli wrote:
So che sono state aperte più discussioni sull'argomento libri, ma questa volta vorrei chiedere il contributo dei colleghi per avere informazioni un po' più specifiche per il nostro settore. Sarei grata a chiunque tra voi potesse indicarmi dei libri che non possono mancare nella biblioteca del traduttore e dell'interprete: grammatiche, libri sulla teoria della traduzione e dell'interpretariato, testi di linguistica (anche italiana), libri preziosi e curiosità che secondo voi vi hanno insegnato qualcosa o che comunque è utile tenere a portata di mano anche per future consultazioni.
Recentemente sono stati segnalati ad esempio "Diritti d'autore del traduttore" di Fabrizio Megale (Editoriale Scientifica 2004), la grammatica italiana di Serianni e ho anche trovato un libretto curioso dal titolo "Perché si dice così. Origini, curiosità, storia delle parole che usiamo tutti i giorni". Potrei cercare attraverso altre fonti, anche su Internet, ma il commento di persone con cui condivido la professione sarà molto più prezioso.
Non dimenticate anche eventuali testi che avete usato quando studiavate. Ci sono libri che alla fine diventano per ognuno di noi una specie di Bibbia. Cosa non togliereste mai dalla vostra biblioteca "professionale"? |
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Per chi volesse andare in profondo, suggerisco "Dopo Babele" di George Steiner. Il *bello* delle lingue e della traduzione, oltre il misero pane quotidiano. | | | | | Pages in topic: < [1 2] | To report site rules violations or get help, contact a site moderator | La biblioteca del traduttore e dell'interprete |