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Thread poster: Giuseppina Gatta, MA
Lavorare gratis? Già si fa
PaolaF
Italy
Local time: 19:13
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Altre riflessioni Dec 10, 2008


A_Nespoli wrote:


beh...però si tratta di persone che hanno iniziato a fare una cosa per passione, e se poi il tempo, accumulando esperienza, diventano bravi a farlo e intendono farne una fonte di reddito, non ci vedo cmq niente di male. è una forma normale di concorrenza.

[...]

magari diventano competenti e competivi anche senza aver seguito un percorso formativo classico e riconosciuto.



Ed è questa un'altra questione di cui si discute parecchio, e, secondo me, uno dei motivi per cui il mestiere di traduttore è sottovalutato.


Come ha detto anche Giuseppina, che quoto,


Mi ha dato comunque un po' fastidio il tono entusiastico dell'articolo, che fa apparire il lavoro di traduzione come un hobby facile e divertente, apparentemente alla portata di tutti, come se tradurre non fosse sempre e comunque una faticaccia, per passione o meno, per soldi o per chissà quale altro motivo.


ormai sembra veramente che questo lavoro sia facilissimo, fattibile in poco tempo (e nei ritagli di tempo)e alla portata di tutti.

In poche parole, basta che qualcuno parli inglese (o altre lingue) a sufficienza per poter diventare traduttore a tutti gli effetti.


Ad esempio, se un ingegnere o un commercialista decidessero di tradurre film, non avrebbero problemi, proprio perché la figura del traduttore non è regolamentata.

In molti casi, la laurea è preferibile, ma non necessaria.

Ma se io decidessi di diventare ingegnere, non potrei mai farlo, appunto perché, anche se fossi un'esperta del settore, non avrei comunque le qualifiche adatte.



Del resto, buona parte degli adattatori cinematografici (quindi con una professionalità e una competenza molto alte) hanno cominciato come doppiatori o come attori di teatro, per poi dedicarsi all'adattamento.


Anche qui, la questione è molto più delicata di quello che si pensi. A parte il fatto che il lavoro di adattamento per il doppiaggio è comunque diverso da quello del sottotitolaggio, credo che si tenga un po' troppo in considerazione la preparazione artistica e troppo poco quella linguistica, con i risultati che ne conseguono.

In un noto espisodio di una ben nota saga fantascientifica (e mi fermo qui perché non lo voglio citare pubblicamente), ad esempio, la parola originaria "fate" (fato, destino. Ma adattandola ai labiali, meglio fato) è stata tradotta con "fede". Ora, dal PDV artistico ci può anche stare, ma da quello linguistico c'è veramente da vergognarsi.


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Rita Bilancio  Identity Verified
Italy
Local time: 19:13
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su questo sono d'accordo Dec 10, 2008


Claudia Benetello wrote:


Qui però parliamo di appassionati di telefilm che, nell'attesa che la serie tv arrivi in Italia doppiata (magari tra qualche anno), scaricano illegalmente gli episodi in lingua originale e ci mettono i sottotitoli italiani, per diletto. Le conseguenze sul piano legale sono già state messe in rilievo in questo thread.

Personalmente non mi irrita se costoro lo fanno gratis, anche perché non sono dei professionisti e lo fanno per puro piacere, senza pretese. Coloro che si occupano del doppiaggio e dei sottotitoli professionalmente, invece, vengono pagati: semmai, è per le castronerie che a volte producono questi ultimi che potrei infervorarmi, non per gli sfondoni tirati da appassionati che vogliono condividere la loro "fatica" con appassionati.

Claudia



Da questi esempi sono uscite traduzioni come "dannato", "maledizione", ma anche versioni molto libere di imprecazioni che non hanno fondamento reale. Non posso citarli per ovvie questioni!


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A_Nespoli  Identity Verified
Italy
Local time: 19:13
Member (2007)
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non è sempre colpa degli adattatori Dec 10, 2008


Rita Bilancio wrote:


Da questi esempi sono uscite traduzioni come "dannato", "maledizione", ma anche versioni molto libere di imprecazioni che non hanno fondamento reale. Non posso citarli per ovvie questioni!


Non per difendere l'indifendibile, però negli adattamenti, chi esegue l'adattamento molto spesso è tenuto ad adeguare il linguaggio a seconda delle indicazioni del committente.

Ad esempio, se ci avete fatto caso, l'adattamento di South Park dalle prime serie che andavano su Mediaset a quella che è andata su MTV è cambiato molto, diciamo che è diventato meno edulcorato.
Gli adattatori però sono sempre gli stessi, semplicemente il committente finale aveva fatto richieste precise in merito al linguaggio da utilizzare perchè lo mandava in onda in determinate fasce orarie.

Quando il prodotto è stato acquistato da MTV, che ha un pubblico diverso e lo manda in onda in fasce orarie diverse, il linguaggio è decisamente cambiato, ma per una precisa richiesta del committente.

Non è sempre colpa degli adattatori che molto spesso devono barcamenarsi tra esigenze diverse, poco attinenti alla traduzione vera e propria.

Ale


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Francesca Pesce  Identity Verified
Italy
Local time: 19:13
Member (2006)
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vado off-topic ma non troppo... Dec 10, 2008

Io non condivido questa sorta di "invidia" verso le professioni regolamentate, che emerge molto spesso nei nostri forum.

Capisco che la regolamentazione e l'esistenza di un ordine professionale creano una barriera d'ingresso alla concorrenza, ma non capisco perché tanti si proclamano sempre a favore del libero mercato e poi quando il libero mercato non fa comodo a livello personale invocano barriere di protezione...

Siamo in moltissimi a non ritenere necessario un percorso formativo rigido e pre-determinato per fare il traduttore: questa libertà permette infatti a molte teste diverse, con culture e formazioni diverse, di poter essere utili alla comprensione reciproca nel mondo.

I migliori traduttori che conosco sono persone che, oltre a conoscere molto bene una seconda lingua, hanno una profonda cultura, una mente aperta, una testa pensante e molto intelligente. Nessuna di queste caratteristiche (lingua compresa) è ottenibile presso una scuola.

Qui riapro un dibattito infuocato.

Conosco poco le scuole per traduttori, ma

- conosco anche pochissimi traduttori bravi a svolgere, ad esempio, traduzioni finanziarie che non provengano dal settore finanziario o non abbiano una preparazione universitaria economico-finanziaria.

- conosco pochissimi bravi traduttori di testi medici che provengano da scuole per traduttori: la maggior parte ha fatto studi di medicina o odontoiatria.

Con questo non voglio dire che le scuole per traduttori non servano a nulla, ma la mia esperienza di traduttrice specialistica che dà anche lavoro in outsourcing mi dice anche che esse non sono affatto necessarie.

Il mondo della traduzione ha moltissimo da imparare e da guadagnare dal mondo delle altre professioni.

E' evidente che non tutti sono o saranno in grado di fare traduzioni professionali ineccepibili, ma è anche vero che l'esperienza è una delle migliori maestre nel nostro mestiere. Ci possono arrivare in tanti, da tante parti, magari anche iniziando a tradurre amatorialmente i sottotitoli.

A quanti "colleghi" neo-laureati o interessati comunque a intraprendere una carriera di traduttore consigliamo nei forum di iniziare facendo traduzioni volontarie e gratuite per ONG? E che differenza (di metodo) c'è se qualcuno lo fa per passione con un gruppo di fan di telefilm?

C'è magari chi inizia a tradurre i sottotitoli per amore di telefilm, poi si appassiona al mondo della traduzione e si specializza in quella professione, e magari invece chi traduce brevetti e si appassiona all'ingegneria aerospaziale e si re-iscrive all'università. Dove sta il problema?

Non sarà che qualcuno si scoccia del fatto che c'è pure chi riesce a diventare un ottimo traduttore senza aver molto faticato sui libri di tecnica linguistica?

(mi scuso in anticipo dell'off-topic, dello sfogo e delle eventuali provocazioni che qualcuno dovesse percepire)


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A_Nespoli  Identity Verified
Italy
Local time: 19:13
Member (2007)
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.... Dec 10, 2008


PaolaF wrote:

Anche qui, la questione è molto più delicata di quello che si pensi. A parte il fatto che il lavoro di adattamento per il doppiaggio è comunque diverso da quello del sottotitolaggio, credo che si tenga un po' troppo in considerazione la preparazione artistica e troppo poco quella linguistica, con i risultati che ne conseguono.




E ma il punto, come poi in ogni ambito professionale, è che se ai committenti importa più (in questo secondo me anche giustamente) l'aspetto artistico che l'aspetto linguistico, allora ci sta che si dia più valore all'aspetto artistico.

Intendo dire che l'industria della produzione cinematografica/televisiva alla fine molto spesso preferisce rivolgersi ad adattatori che provengono dal doppiaggio o dal teatro, sicuramente non lo fa per partito preso, ma perchè evidentemente ottiene in questo modo il risultato a cui aspira.
E dal momento che sia i sottotitoli, e ancor di più l'adattamento, sono settori molto specialistici in cui l'aspetto della traduzione è di pari importanza di altri aspetti, non è detto (anzi personalmente lo ritengo improbabile) che un traduttore che ha seguito un percorso formativo specifico ma con poca esperienza, sia più adatto di adattatori/sottotitolatori nati sul campo, che hanno avuto esperienza diretta delle problematiche specifiche.

Poi in generale, quoto quanto scritto da Francesca


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Simona R
Germany
Local time: 19:13
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E se la giusta vie stesse nel mezzo? Dec 10, 2008

[quote]Francesca Pesce wrote:


Siamo in moltissimi a non ritenere necessario un percorso formativo rigido e pre-determinato per fare il traduttore: questa libertà permette infatti a molte teste diverse, con culture e formazioni diverse, di poter essere utili alla comprensione reciproca nel mondo.

I migliori traduttori che conosco sono persone che, oltre a conoscere molto bene una seconda lingua, hanno una profonda cultura, una mente aperta, una testa pensante e molto intelligente. Nessuna di queste caratteristiche (lingua compresa) è ottenibile presso una scuola.


Ciao Francesca,
premetto che io mi sono laurata in traduzione e successivamente in interpretazione. Premetto che sottoscrivo molte delle cose dette da te e che conosco, solo per citare un esempio, ingegneri che sono anche eccezionali traduttori.
Premetto infine che probabilmente sono l'unica al mondo a non avere ancora deciso se l'istituzione di un albo è cosa buona o cattiva.

Tutto ciò premesso, devo però dire che talvolta mi dà un pochino noia il modo in cui le due categorie - ossia traduttori provenienti da altri percorsi formativi da un lato e traduttori laureati in traduzione - vengono dipinte. O meglio, se da un lato concordo pienamente con chi dice che un laureato in ingegneria può fornire traduzioni tecniche eccellenti, mi infastidisce un po' constatare che molti escludono a priori che un traduttore proveniente da un'università per traduttori possa disporre anche di conoscenze maturate in campi molto specifici.
Il traduttore con laurea in traduzione non ha necessariamente trascorso tre quarti della sua vita chiuso in una biblioteca a studiare linguistica (io ho passato molto più tempo sui libri di economia, storia e istituzioni politiche tedesche), così come un traduttore con laurea in lingue non ha necessariamente trascorso tre quarti della sua vita chino sui sonetti di Shakespeare o sul Faust.
All'università ho conosciuto tantissime persone che, oltre a conoscere bene una seconda (e magari terza) lingua, avevano una profonda cultura, una mente aperta, una testa pensante e molto intelligente. E avevano alle spalle anche lunghi anni di soggiorno all'estero.
Con ciò non voglio sminuire la correttezza di molte tue osservazioni, soltanto ricordare che entrambe la categorie possono sfornare soggetti validissimi e soggetti da dimenticare.
Ecco, forse bisognerebbe smettere di pensare alle capacità delle categorie e imparare a concentrare l'attenzione sulle capacità degli individui.



Simona


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PaolaF
Italy
Local time: 19:13
English to Italian
+ ...
... Dec 11, 2008


Francesca Pesce wrote:


Capisco che la regolamentazione e l'esistenza di un ordine professionale creano una barriera d'ingresso alla concorrenza, ma non capisco perché tanti si proclamano sempre a favore del libero mercato e poi quando il libero mercato non fa comodo a livello personale invocano barriere di protezione...


Se il mercato fosse libero veramente per tutti, ben venga. Ma purtroppo, c'è chi può e chi non può.


Siamo in moltissimi a non ritenere necessario un percorso formativo rigido e pre-determinato per fare il traduttore: questa libertà permette infatti a molte teste diverse, con culture e formazioni diverse, di poter essere utili alla comprensione reciproca nel mondo.


Sì, ma allora questo deve valere per tutte le professioni. Che hanno tutte la loro dignità, mentre invece alcune vengono spesso sottovalutate.



conosco anche pochissimi traduttori bravi a svolgere, ad esempio, traduzioni finanziarie che non provengano dal settore finanziario o non abbiano una preparazione universitaria economico-finanziaria.

- conosco pochissimi bravi traduttori di testi medici che provengano da scuole per traduttori: la maggior parte ha fatto studi di medicina o odontoiatria.


Questo è verissimo e sono d'accordo. Infatti, personalmente non mi butterei mai in questo tipo di traduzione, appunto perché non sono specialista nei campi.

Ma qui si sta parlando in specifico delle traduzioni per il cinema e la telvisione. Magari alcuni di voi non fanno parte del settore e quindi, non potendo testare con mano il campo, non riescono a inquadrare bene il problema.



C'è magari chi inizia a tradurre i sottotitoli per amore di telefilm, poi si appassiona al mondo della traduzione e si specializza in quella professione, e magari invece chi traduce brevetti e si appassiona all'ingegneria aerospaziale e si re-iscrive all'università. Dove sta il problema?


Nel mondo ideale, nessun problema. Ma nel mondo reale, qualche problema c'è. Non tutte le persone si possono permettere di saltare professionalmente di palo in frasca. Ad esempio, io vorrei tanto potermi iscrivere ad archeologia (già sto studiando le lingue antiche per conto mio) ma, per problemi economici, non posso. E ora che ho appena iniziato a mantenermi, non mi posso permettere comunque di abbandonare il lavoro, che tra l'altro adoro.

E ogni volta che faccio domanda per un volontariato archeologico, mi si dice che ha la precedenza (giustamente, nessuna rimostranza) chi ha la specializzazione in archeologia.

Quindi, chiaramente mi dovrò accontentare di questa passione solo come hobby. Se il mercato fosse veramente libero, avrei qualche possibilità, ma stando così le cose, al momento non ne ho.



E ma il punto, come poi in ogni ambito professionale, è che se ai committenti importa più (in questo secondo me anche giustamente) l'aspetto artistico che l'aspetto linguistico, allora ci sta che si dia più valore all'aspetto artistico.


E purtroppo, mi sa che importa anche di più la quantità rispetto alla qualità...


Intendo dire che l'industria della produzione cinematografica/televisiva alla fine molto spesso preferisce rivolgersi ad adattatori che provengono dal doppiaggio o dal teatro, sicuramente non lo fa per partito preso, ma perchè evidentemente ottiene in questo modo il risultato a cui aspira.


Però, la mia ex insegnante di adattamento (una dialoghista bravissima, tra l'altro) mi ha sempre detto che la libertà artistica deve venire comunque dosata secondo il genere con cui si ha a che fare. Ad esempio, nelle sit comedy si può cambiare molto, in quanto devono far ridere e molto spesso le battute originali, se tradotte letteralmente, non rendono.

Ma, man mano che si sale nella graduatoria e si arriva ai lungometraggi, allora lì bisogna attenersi scrupolosamente all'edizione orginale (a parte le frasi idiomatiche).

Invece a me sembra che, molto spesso, i dialoghi originali vadano a farsi benedire...


Aggiungo inoltre, che nel nostro settore e almeno per le aziende con sede in Italia, c'è un Contratto Nazionale che fissa i prezzi sia per il doppiaggio sia per il sottotitolaggio e che spesso e volentieri non si rispetta.

Il che, se pensiamo al fatto che a monte del settore ci sono ultramilionari mentre a noi rimangono le briciole (grazie al nostro lavoro i film si vedono in tutto il mondo, non ritengo che la nostra responsabilità sia pari a zero), è ancor più grave.


E dal momento che sia i sottotitoli, e ancor di più l'adattamento, sono settori molto specialistici in cui l'aspetto della traduzione è di pari importanza di altri aspetti, non è detto (anzi personalmente lo ritengo improbabile) che un traduttore che ha seguito un percorso formativo specifico ma con poca esperienza, sia più adatto di adattatori/sottotitolatori nati sul campo, che hanno avuto esperienza diretta delle problematiche specifiche.


L'esperienza ce la facciamo solo lavorando. Ma se la possibilità di lavorare non c'è, in che altro modo si fa esperienza?

Dalla laurea in poi, ho fatto tanti corsi e tirocini vari, anche perché, oltre alla specializzazione linguistica, ne ho anche altre (poi anch'io ogni tanto lavoro ancora gratis, traducendo articoli per un sito amatoriale senza nessun fine di lucro), ma alla fine vedo che i sacrifici non vengono comunque apprezzati.


[Edited at 2008-12-11 13:27 GMT]

[Edited at 2008-12-11 13:28 GMT]


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Simona R
Germany
Local time: 19:13
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Accesso al libero mercato Dec 11, 2008

Ciao Paola,

un brevissimo commento (sono purtroppo di fretta) alla prima parte del tuo intervento.

Se capisco bene, affermi che il mercato non è libero per tutti e che c'è chi può e chi non può accedervi.


Paola, il mercato secondo me *è* libero veramente per tutti. Il fatto di riuscire ad affermarsi sul mercato non dipende però - almeno nel nostro settore - soltanto dalle competenze professionali che abbiamo maturato, ma anche dalla capacità di *affermarsi* in un contesto economico complesso.

Siamo imprenditori, non dimentichiamolo. Magari piccoli o piccolissimi, ma pur sempre imprenditori. Come tali dobbiamo saper agire con intelligenza, saperci vendere bene e, non da ultimo, avere tanta pazienza e perseveranza. Queste credo siano - per riallacciarmi a quanto scriveva Francesca - capacità che non si imparano in nessuna università, ma solo sul campo.

Buona giornata,
Simona


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Francesca Pesce  Identity Verified
Italy
Local time: 19:13
Member (2006)
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Sono perfettamente d'accordo con te, Simona Dec 11, 2008


Simona R wrote:

Ecco, forse bisognerebbe smettere di pensare alle capacità delle categorie e imparare a concentrare l'attenzione sulle capacità degli individui.



Concordo pienamente con te, Simona. Infatti, quando contatto nuovi colleghi con i quali collaborare, o quando mando lavori su proz, la parte del CV relativa all'istruzione scolastica la salto quasi a pié pari. La guardo solo per curiosità. Per me non ha alcuna importanza quale percorso di studio abbia fatto un traduttore. Guardo solo alla sua esperienza e capacità. In molti casi, ho scoperto solo ex post, dopo mesi o persino anni, che alcuni avevano fatto la scuola interpreti o si erano laureati in economia. (a parte medici, dentisti e ingegneri, che invece ci tengono sempre molto a farti conoscere la loro qualifica)


PaolaF wrote:
Se il mercato fosse veramente libero, avrei qualche possibilità, ma stando così le cose, al momento non ne ho.


Fortunatamente, però, PaolaF, il mercato delle traduzioni e la nostra professione sono veramente liberi. Decide il mercato. Io notoriamente non sono una favorevole al libero mercato, ma devo riconoscere che in questo settore funziona piuttosto bene. Le tariffe sono molto diverse, i clienti sono moltissimi, i traduttori anche. Sul mercato c'è di tutto. A volte decisivo è il prezzo basso; in moltissimi casi decisiva è la qualità.

Ripeto una breve riflessione che feci in un altro forum:

i vincoli per accedere a una professione vanno letti con lo sguardo di chi è fuori, non di chi dentro già ci sta. Per capire se sia corretto, giusto, efficiente, funzionale e opportuno porre delle regole rigide, occorre guardare alla faccenda ipotizzando di trovarsi fuori dalle mura che circonderebbero la nostra professione, non di essere tra i pochi eletti e fortunati che stanno arroccati dentro la muraglia grazie al fatto che sono arrivati prima che fosse eretta.

Visto che guardiamo, da esterni, le mura costruite attorno ad altre professioni, sapendo che per noi sarebbe molto difficile superarle per accedervi, cosa ci spinge a volere trasferire al nostro mondo le rigidità che non ci piacciono altrove?


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PaolaF
Italy
Local time: 19:13
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Libero mercato Dec 11, 2008

Ciao Simona e Francesca,

forse non mi sono spiegata bene (se è così, mi scuso) ma io intendevo libero mercato in senso generale, non solo quello della nostra professione.

Certo, sono d'accordissimo, il settore della traduzione è libero, liberissimo, con tutte le sue opportunità (e, ovviamente, minacce), ma altri settori non lo sono.

Ripeto il mio esempio: un archeologo che vorrebbe diventare traduttore, con passione ed esperienza ce la può fare, mentre ho amaramente constatato che il contrario è molto più difficile. Io poi non chiedo di abbandonare completamente il mestiere per un altro (ci mancherebbe, proprio ora che, dopo tanto tempo, ho cominiciato a ingranare come si deve!) ma di poter fare qualche esperienza, che al momento mi è proibita, appunto perché altre professioni richiedono qualifiche ben precise.

E questo, almeno secondo me, è proprio uno dei motivi per cui la nostra professione è sottovalutata. Già lo è implicitamente per molti non addetti ai lavori, se poi ciò viene anche ribadito su un quotidiano nazionale - perché il giornalista dava veramente l'impressione che questo sia un lavoro facilmente fattibile da tutti - non fa certo bene!

[Edited at 2008-12-11 13:15 GMT]


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gianfranco  Identity Verified
Brazil
Local time: 16:13
Member (2001)
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Accesso ed esercizio a varie professioni Dec 11, 2008


Francesca Pesce wrote:
Visto che guardiamo, da esterni, le mura costruite attorno ad altre professioni, sapendo che per noi sarebbe molto difficile superarle per accedervi, cosa ci spinge a volere trasferire al nostro mondo le rigidità che non ci piacciono altrove?


Il punto fondamentale che distingue professioni regolamentate e non regolamentate è la natura stessa del lavoro o servizio svolto.

Secondo me è giusto che alcune professioni siano regolamentate, e in gran parte lo sono per ottimi motivi.
Cito come esempio supremo le professioni mediche, e non solo i dottori ma anche infermieri, fisioterapeuti e tecnici vari di contorno. Non c'é bisogno di illustrare questo caso tanto è lampante.

Altro gruppo di professioni che DEVONO essere regolamentate sono tutte quelle che hanno la responsabilità per la costruzioni di edifici e altre strutture, quindi palazzi ma anche strade, ferrovie, ogni tipo di struttura costruttiva usata dal pubblico. Onestamente, anche la costruzione di un muretto di sostegno a un pendio, che potrebbe essere fatta da un muratore, per legge deve essere accompagnata da un progetto di un ingegnere o geometra certificato, per garantire chi si trova a passare in prossimità del muretto e non deve rischiare di essere seppellito vivo da un cedimento. E il sistema attuale, in generale, mi pare che funzioni.

Ci sono poi le professioni per cui il sistema è meno chiaramente necessario, per esempio ragionieri, commercialisti e consulenti del lavoro, giornalisti, e altri casi ancora. Queste professioni potrebbero benissimo essere articolate in un sistema doppio, con una certificazione volontaria e con la possibilità per gli utenti di scegliere liberamente tra professionisti accreditati e non accreditati.
Esempio: una grossa società con bilanci e budget milionari potrebbe preferire un professionista accreditato, così come i privati con esigenze fiscali complesse, ma il privato cittadino che ha bisogno solo di una banale dichiarazione dei redditi personale, o le piccole ditte, potrebbero essere servite benissimo anche da un professionista non accreditato, con libera scelta affidata alla discrezione del cliente.

E finalmente, arriviamo al gruppo di professioni attualmente non regolamentate e che probabilmente non lo saranno mai, perché non necessario.
Parliamo di TUTTI i tipi di artigiani, TUTTI i tipi di imprenditori, TUTTI i tipi di artisti, commercianti, scrittori, ballerini, fotografi, programmatori, bibliotecari e mille altri professionisti. E naturalmente, per collegarmi al tema specifico della discussione, traduttori, interpreti e sottotitolatori.

Per tutte queste professioni penso che sia sufficiente avere la competenza (manuale o culturale), aprire l'attività (secondo le norme di legge) e semplicemente esercitare il lavoro prescelto, liberamente e secondo la propria inclinazione.

Naturalmente sono di grande vantaggio i titoli di studio specifici, l'iscrizione ad associazioni di categoria, marchi di qualità, certificazioni ISO (se applicabile), e altro ancora, ma tutti questi metodi per dimostrare di essere veri professionisti sono e dovranno restare una libera scelta, e non hanno motivo di essere obbligatori o di essere amministrati da organizzazioni di tipo statale (esame di stato obbligatorio) o ordinistico. Non ci sono proprio gli estremi per istituire tale tipo di filtro, controllo e gestione.

Ci vorrebbe piuttosto, nel nostro settore, una regolamentazione dei traduttori e degli interpreti che prestano servizi per il pubblico, per esempio per la polizia, tribunali e ospedali, i quali dovrebbero essere sottoposti a un filtro di qualità (volontario, nel senso che lo deve ottenere solo chi è interessato a fornire tali servizi) e amministrato da associazioni di categoria serie e autorizzate a tale compito. A garanzia del cittadino utente. Gli enti pubblici, a loro volta, dovrebbero essere vincolati ad utilizzare solo professionisti certificati in tal senso, e non liberi di chiamare qualunque persona gli aggrada (come accade di fatto oggi!!).

Per tutti gli altri, per chi traduce marketing, siti web, manualistica, libri, depliant, corrispondenza, interpretariato per business, conferenze o altro, e naturalmente dialoghi e sottotitoli per la tv e il cinema, non occorre niente altro che le norme e leggi standard delle professioni non regolamentate, proprio non occorre altro. Libero accesso e libero esercizio sono accettabili e molto più ragionevoli di ogni limite imposto dall'alto. La nostra professione non possiede i requisiti di prevalente interesse pubblico, e come tale non ha bisogno di alcun filtro per l'accesso e l'esercizio.

Traduttori e interpreti sono comunque liberi di iscriversi ad una o più associazioni di categoria (o di non iscriversi per niente), a seconda delle proprie inclinazioni, decisioni e delle esigenze del settore di mercato in cui operano.


ciao
Gianfranco



[Edited at 2008-12-11 11:43 GMT]


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Rita Bilancio  Identity Verified
Italy
Local time: 19:13
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+ ...
sottotitolaggio vs. altro Dec 11, 2008


A_Nespoli wrote:


Rita Bilancio wrote:


Da questi esempi sono uscite traduzioni come "dannato", "maledizione", ma anche versioni molto libere di imprecazioni che non hanno fondamento reale. Non posso citarli per ovvie questioni!


Non per difendere l'indifendibile, però negli adattamenti, chi esegue l'adattamento molto spesso è tenuto ad adeguare il linguaggio a seconda delle indicazioni del committente.

Ad esempio, se ci avete fatto caso, l'adattamento di South Park dalle prime serie che andavano su Mediaset a quella che è andata su MTV è cambiato molto, diciamo che è diventato meno edulcorato.
Gli adattatori però sono sempre gli stessi, semplicemente il committente finale aveva fatto richieste precise in merito al linguaggio da utilizzare perchè lo mandava in onda in determinate fasce orarie.

Quando il prodotto è stato acquistato da MTV, che ha un pubblico diverso e lo manda in onda in fasce orarie diverse, il linguaggio è decisamente cambiato, ma per una precisa richiesta del committente.

Non è sempre colpa degli adattatori che molto spesso devono barcamenarsi tra esigenze diverse, poco attinenti alla traduzione vera e propria.

Ale



Solo per precisare che mi riferivo alla traduzione dei sottotitoli. Ci sono traduzioni sbagliate e prive di fondamento, qui il committente non c'entra nulla, è solo la prima fase, se poi qualcuno ci mette le mani e modifica a proprio piacimento o per altre esigenze i sottotitoli, mi dispiace ma se non preparato fa solo danni. E non lo fa gratis, il risultato lo vedono e comprano in molti, sbagliato per l'appunto...


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Simona R
Germany
Local time: 19:13
German to Italian
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Accesso al libero mercato Dec 11, 2008


PaolaF wrote:

Ciao Simona e Francesca,

forse non mi sono spiegata bene (se è così, mi scuso) ma io intendevo libero mercato in senso generale, non solo quello della nostra professione.



Ciao Paola,
devi scusarmi, avevo proprio frainteso. Grazie per aver schiarito.

Un saluto
Simona


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Chiara Santoriello  Identity Verified
Italy
Local time: 19:13
Member
French to Italian
+ ...
Rispondo a Gianfranco Dec 12, 2008


gianfranco wrote:


Ci sono poi le professioni per cui il sistema è meno chiaramente necessario, per esempio ragionieri, commercialisti e consulenti del lavoro, giornalisti, e altri casi ancora. Queste professioni potrebbero benissimo essere articolate in un sistema doppio, con una certificazione volontaria e con la possibilità per gli utenti di scegliere liberamente tra professionisti accreditati e non accreditati.
Esempio: una grossa società con bilanci e budget milionari potrebbe preferire un professionista accreditato, così come i privati con esigenze fiscali complesse, ma il privato cittadino che ha bisogno solo di una banale dichiarazione dei redditi personale, o le piccole ditte, potrebbero essere servite benissimo anche da un professionista non accreditato, con libera scelta affidata alla discrezione del cliente.

E finalmente, arriviamo al gruppo di professioni attualmente non regolamentate e che probabilmente non lo saranno mai, perché non necessario.
Parliamo di TUTTI i tipi di artigiani, TUTTI i tipi di imprenditori, TUTTI i tipi di artisti, commercianti, scrittori, ballerini, fotografi, programmatori, bibliotecari e mille altri professionisti. E naturalmente, per collegarmi al tema specifico della discussione, traduttori, interpreti e sottotitolatori.

Per tutte queste professioni penso che sia sufficiente avere la competenza (manuale o culturale), aprire l'attività (secondo le norme di legge) e semplicemente esercitare il lavoro prescelto, liberamente e secondo la propria inclinazione.



[Edited at 2008-12-11 11:43 GMT]


Ciao Gianfranco,

sai come la penso al riguardo e non cambio opinione. Ti dico solo che qualche mese fa sul Corriere della Sera è stata pubblicata una lettera da parte di un'associazione di Amministratori di Condominio che richiedeva l'Ordine per la categoria, come del resto stiamo cercando di fare noi traduttori.
Ti dico che sono d'accordo con loro perché l'amministrazione condominiale è un lavoro molto delicato che può provocare grossi danni se non esercitata correttamente, ne è un esempio l'amministrazione del condominio dove abito.

Per quanto riguarda noi traduttori, penso che una forma di regolamentazione debba senz'altro esistere perché il danno alle aziende e ai privati derivante da una traduzione fatta male può essere davvero costoso anche a livello d'immagine dell'azienda stessa. Ti riporto un esempio, qualche settimana fa sono stata contattata per la revisione o ritraduzione di alcuni manuali per una nota casa giapponese, perché non soddisfatta della traduzione in sue mani. Ora, per un'azienda, ritradurre o revisionare una traduzione di centinaia di migliaia di parole rappresenta un costo aggiuntivo. Il progetto ovviamente non è andato in porto per problemi di budget. Se noi regolamentiamo un pochino instaurando un tirocinio obbligatorio per chi vuole esercitare questa professione e una certa regolamentazione, penso che molti danni possano essere, non dico eliminati, ma contenuti.

Non bisogna poi confondere attività artigianali da attività professionali e intellettuali quali la nostra.

Lo so che rimani del tuo parere, ma mi è sembrato di notare qualche spiraglio nei tuoi ultimi messaggi.

Chiara


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gianfranco  Identity Verified
Brazil
Local time: 16:13
Member (2001)
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+ ...
bis repetita Dec 12, 2008

Chiara,

ci sono situazioni e condomini ben diversi. Una palazzina di 4-6 appartamenti che non ha progetti importanti è ben diverso da un condominio con decine di proprietari, importanti lavori di ristrutturazione, numerosi servizi in comune, personale fisso e di conseguenza bilanci e responsabilità ben diverse.

L'ordinaria amministrazione della maggior parte dei condomìni del primo tipo viene fatta a turno dai condòmini stessi. Concordo con te che, nel secondo caso, sarebbe consigliabile l'organizzazione e l'esperienza di un professionista. Si tratta di semplice buon senso, e i proprietari sanno bene come muoversi, ma da qui a dire che è necessario istituire un Ordine degli Amministratori di condominio, mi sembra eccessivo...

Basterebbe lasciare ai proprietare la semplice libertà di scelta, in modo che chi vuole far da sé lo possa fare, mentre chi sente l'esigenza di affidarsi a un professionista esterno se lo cerca tramite pagine gialle, raccomandazioni di amici o rivolgendosi ad una associazione di categoria.
E qui entrano in gioco, come per i traduttori, le associazioni, che possono benissimo organizzare un sistema di certificazione per tale attività (non so se esista già) più naturalmente altre iniziative utili, pubblicazioni, corsi, riunioni per discutere problemi specifici, ecc.
Esattamente la situazione ideale che funzionerebbe, con qualche miglioramento rispetto a oggi, anche per i traduttori e gli interpreti.


Chiara Santoriello wrote:
Lo so che rimani del tuo parere, ma mi è sembrato di notare qualche spiraglio nei tuoi ultimi messaggi.

Non mi pare.
Sono convinto che in Italia sia necessario organizzare meglio il servizio per il pubblico (servizi per enti pubblici tipo tribunali, polizia e ospedali), come avviene in numerosi altri paesi, ma il settore privato non ha bisogno di nessuna riforma, e infatti non viene gestito come auspica chi promuove l'idea di un Ordine in nessun paese al mondo.


ciao
Gianfranco


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