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Le diverse lingue
Thread poster: Angie Garbarino

Angie Garbarino  Identity Verified
Local time: 12:07
Member (2003)
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Oct 14, 2006

Ciao a tutti
In questa giornata uggiosa tipica del nord in questa stagione, e dopo tanti thread mirati alle tasse, problemi di prezzi, pagamenti eccetera, mi vien voglia, di considerare il lato piacevole della nostra professione.

Professione che noi tutti amiamo, perchè sono convinta che non si possa fare il traduttore senza amare profondamente le lingue.
Detto questo, e premettendo che tutte le lingue sono meravigliose, mi piacerebbe conoscere la vostra opinione, in termini di "bellezza" tra virgolette delle varie lingue da voi conosciute paragonate all'italiano, in quanto a difficoltà grammaticale, suono, stile

Ho spesso sentito dire dai "non italiani" che noi quando parliamo "cantiamo".

Mi sono fatta una mia idea in proposito, mi piacerebbe sentire la vostra.

Ciao a tutti e buon week end specie a coloro che ancora vedono il sole

Angio

[Edited at 2006-10-14 12:34]


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xxxsofiablu
Netherlands
Local time: 12:07
Varietà e/è bellezza Oct 14, 2006

Cara Angio,
che argomento stimolante, affascinante! Tuttavia, anche un po' insidioso. Difficilire stabilire la bellezza di una lingua, potremmo affermare, parafrasando un famoso detto, che questa è "nell'orecchio di chi ascolta".

Quella dell'italiano cantato l'ho sentita dire spesso anch'io dagli stranieri, credo sia dovuto all'intonazione, che in ogni lingua risulta diversa.
Molti sottolineano anche la "facilità" dell'imparare l'italiano, fino a quando non si arriva ad approfondire il sistema verbale. Cominciano i dolori da passato prossimo/remoto/imperfetto/trapassati vari e le lotte con il congiuntivo, in cui anche moltissimi italiani soccombono ignominiosamente.
È una lingua splendida all'ascolto, a patto che non abbia inflessioni dialettali. Se si vuol parlare in dialetto liberissimi di farlo, ma quando si passa all'italiano bisognerebbe parlarlo come Dio (o chi per lui) comanda.
Personalmente farei insegnare l'italiano solo ai toscani, oppure introdurrei un'ora di dizione obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado.

Quanto alle altre lingue che conosco, superfluo dire quanto francese e inglese siano meravigliosamente belle all'ascolto, pericolose se affrontate con superficialità. Sono lingue ricchissime e di grande inventiva verbale, perciò star dietro ai neologismi, allo slang e all'argot è impresa non da poco.

L'olandese (o meglio, neerlandese) ci ha messo un po' a conquistarmi, continuo ancora a non capirlo quando è parlato dagli olandesi. Ascoltandolo ha molte parole che sembrano inglesi, peccato che si scrivano spesso in modo completamente diverso. Mi piace però perché mi ricorda le avventure marinare, gente rude, ma coraggiosa e generosa.

Il russo sarà sempre nel mio cuore. Presenta molte difficoltà fonetiche e grammaticali (è una lingua flessiva), ma può dare grandi gioie come leggere Pushkin in originale, uno dei più grandi poeti della letteratura mondiale, o molte delle pagine di Tolstoj.

Infine, è l'ultima lo giuro, vorrei ricordare una lingua che studiai a suo tempo più di vent'anni fa, e che purtroppo ho quasi completamente dimenticata, a parte saluti, ringraziamenti, numeri cardinali fino a 10 e "ti amo", che potrebbe sempre tornare utile.
L'ungherese non è una lingua indoeuropea, quindi offre pochi appigli a chi ricerchi una qualche similarità con le lingue che gli sono più familiari tale da poterlo aiutare un pochino nell'impresa di possederla.
Per me è una lingua bellissima, con asperità e dolcezze inusuali nella pronuncia, con una grammatica (che non è difficile come quella italiana, affermava perentoria la mia insegnante madrelingua magiara, bontà sua) di ardua comprensione, poiché molto diversa da quelle a cui ero ormai abituata.
Una lingua splendida, non per niente sono anche un popolo di grandi musicisti, che ricorda la crudezza della vita dei nomadi nelle steppe euroasiatiche, ma stranamente anche la raffinatezza degli aristocratici dell'impero asburgico, la vivacità degli intellettuali mitteleuropei. È la sintesi tra Oriente e Occidente.

Dimenticavo: "ti amo" in ungherese si dice "szeretlek".



[Edited at 2006-10-14 09:22]

[Edited at 2006-10-14 09:23]


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CathyFS  Identity Verified
Local time: 11:07
German to English
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Ogni lingua ha le sue proprie bellezze Oct 14, 2006

Per me, l'italiano e' una delle lingue piu' belle che esiste. Ascoltare alcuni italiani mentre parlano, anche di cose serie, e' come ascoltare una canzone.

La mia madrelingua e' l'inglese, e l'accento che ho io mentre parlo ("the Cork accent") e anche come una canzone. Ci sono tanti accenti diversi in irlanda, ma il mio e' uno un po' diverso dagli altri, e i dublinesi ci prendono sempre in giro per come "cantiamo" le parole.

Non mi piace tanto il suono della lingua irlandese ("Irish") e l'ho sempre trovata difficile da parlare. Non si tratta della pronuncia, perche' ho iniziato ad imparare l'Irish a scuola a l'eta' di 4 anni e cosi sapevo gia da giovane come pronunciarlo, ma si tratta della grammatica - che, secondo me (e secondo molti altri), e' molto difficile. Secondo una mia amica che conosce profondamente la lingua irlandese, e' proprio la lingua piu' belle del mondo!

Faccio molte traduzioni dal tedesco (-> inglese), ma devo dire che non mi piace moltissimo come lingua - ne da studiare ne da parlare. Mi piaceva molto all'inizio, quando avevo solo 12 anni, ma poi qualche anno dopo quando ho iniziato ad imparare l'italian (a 18 anni) ho perso un po' la voglia di parlare il tedesco. Non ho problemi a tradurre dal tedesco - il problema e costruire bene una frase in tedesco. Spesso non mi ricordo se la parola e m/f/n ed e' li che iniziano i problemi.

Ho imparato il francese a scuola, e per me e' una lingua molto bella, ma un po' troppo fine nella pronuncia ... passavo troppo tempo a cercare di parlarlo bene, perche' per me la pronuncia del francese non era tanto facile. L'italiano, invece, ho sempre trovato piu' facile da pronunciare, lasciando piu' tempo per imparare nuove parole.

Se dovessi imparare un'altra lingua, non saprei quale scegliere. Mi piace lo spagnolo, ma ho cercato di impararla e mi confondevo sempre con l'italiano ...... Pero' la spagnolo ha un bel "suono".

Cathy


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Fiamma Lolli
Italy
Local time: 12:07
Spanish to Italian
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Amo le lingue che non colsi... Oct 14, 2006

Una volta ho fatto da interprete, in Italia, a un indio chiapaneco. Era la prima volta che usciva dal Chiapas e tutto era per lui fonte di meraviglia e incredulità. Puoi immaginare la mia, di incredulità, quanto mi insegnò qualche parola di Tzeltal, la lingua della sua etnia (naturalmente parlava anche spagnolo): concetti che per noi sono elementari, come solitudine, in Tzeltal semplicemente non esistono e, per "dirli", si usano complicate metafore come "io lontano dagli altri".
L'anno scorso ho ristrutturato il mio studio e tra le cose che non trovo più (ma c'è, da qualche parte c'è, ci deve essere!!!) c'è il quaderno sul quale presi quegli appunti.
Amo le lingue che non conosco ancora e che forse mai conoscerò, le infinite possibilità espressive che racchiudono, la promessa di schiuderle, la preziosità dei loro pochi parlanti e mi si stringe il cuore al pensiero della loro estinzione, probabile, imminente o già avvenuta.
Solo negli USA 72 lingue sono andate perdute.
Complimenti per aver aperto questo filone di discussione, che spero non finirà qui!
Ah, e poi amo le lingue inventate dei bambini...


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Riccardo Schiaffino  Identity Verified
United States
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Eh no! Oct 15, 2006

sofiablu wrote:

È una lingua splendida all'ascolto, a patto che non abbia inflessioni dialettali. Se si vuol parlare in dialetto liberissimi di farlo, ma quando si passa all'italiano bisognerebbe parlarlo come Dio (o chi per lui) comanda.


l'italiano "come Dio comanda", non esiste: le inflessioni dialettali, i diversi accenti, la varietà di vocabolario che ci deriva dai nostri dialetti (anche quando non sappiamo purtroppo più parlarli) sono uno dei punti di forza e delle bellezze dell'italiano.

Vuoi mettere un Montalbano senza il siciliano? un Totò senza il napoletano? Govi senza il genovese o Macario senza il Torinese? Cervi-Peppone senza l'accento emiliano?
Goldoni è meglio con un dolce accento veneto, anche nelle sue opere in italiano, e, se è vero che l'accento toscano ha le sue cattive bellezze ("Amici miei" è difficile da immaginare con un'altra parlata), pensare che solo chi parla l'italiano con l'accento toscano possa insegnare la nostra lingua mi sembra un'affermazione decisamente fuori luogo.


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lanave  Identity Verified
Italy
Local time: 12:07
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Grazie Riccardo Oct 15, 2006

Grazie per la tua bella difesa dell'essenza stessa della lingua italiana. Non dimentichiamo infatti che l'italiano "come Dio comanda" nasce appunto da un dialetto. Chi nega la legittimità dei dialettali in Italia, nega la storia stessa dell'Italia.

Detto questo, non bisogna neanche perdere di vista il fatto che una lingua oltre ad essere un insieme di regole è l'espressione di un popolo, dei suoi usi, costumi, storia, ecc. L'ho constatato oltre che in per la lingua italiana, la mia lingua madre, anche per le altre lingue che conosco.

Non conosco lingue extra europee, ma per me ascoltare il suono di una lingua straniera ha un fascino estremo. Il mio unico rammarico è che non potrò mai ascoltare l'italiano con orecchio "straniero" e non potrò mai apprezzarne la musicalità tanto esaltata.


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xxxsofiablu
Netherlands
Local time: 12:07
Itagliano Oct 15, 2006

Non ho negato la legittimità del dialetto. Lo si può usare benissimo fra amici o in famiglia o dove si voglia. Non a scuola però, non in TV, al cinema o, dio ne scampi, a teatro (a meno che non sia teatro dialettale, ça va sans dire).

È inammissibile dover ascoltare da un telegiornale nazionale notizie enunciate da giornalisti con pesanti inflessioni regionali. O sentir recitare attori che non hanno evidentemente mai seguito corsi di dizione, una delle basi fondamentali di quella professione.

Tutte le lingue nazionali derivano da parlate di una certa regione o città. Assumono dignità di lingua nazionale, con grammatica e pronuncia codificate, perché hanno maggior prestigio letterario, maggior ricchezza lessicale, maggior flessibilità rispetto agli altri dialetti.

Sapevo che toccare i dialetti mi avrebbe attirato non pochi strali.
È il solito attaccamento al campanile, al quartiere, alla contrada? Mi sembra proprio di sì.
A questo proposito, penso che se l'italiano venisse parlato diffusamente e in modo corretto, e soprattutto sentito in ogni fibra come la propria lingua madre, in Italia forse ci sarebbe maggior coesione nazionale, magari anche un maggior senso civico. Queste sono opinioni personali, liberissimi voi di dissentire.

Ormai ho lasciato il Belpaese per sempre. Non ci tornerei per nulla al mondo, non voglio rivederlo più nemmeno in cartolina. L'unica sua caratteristica che abbia mai amato è la lingua italiana, la bistrattata, violata, inquinata lingua del sì. Che io parlerò e scriverò sempre nella sua forma più limpida.


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transparx  Identity Verified
United States
Local time: 06:07
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non solo "fuori luogo"... Oct 15, 2006

Riccardo Schiaffino wrote:

pensare che solo chi parla l'italiano con l'accento toscano possa insegnare la nostra lingua mi sembra un'affermazione decisamente fuori luogo.



...ma anche pericolosa!
Non dimentichiamo che c'è gente -almeno qui negli Stati Uniti- che crede veramente in questo mito. E non dimentichiamo che tanti di quelli che gestiscono scuole o agenzie di traduzione non hanno sempre e necessariamente le idee chiare su cosa significhi conoscere e parlare una lingua.
A me, per esempio, è stato chiesto se, in effetti, posso insegnare l'italiano standard --nonostante dal mio CV fosse più che evidente che ho una laurea italiana. Mi dà fastidio dover spiegare che, sì, è vero sono nato e in parte cresciuto in Calabria, ma poi ho frequentato le medie e parte delle superiori ad Arezzo e l'università a Venezia. È curioso notare come la percezione di chi ti sta parlando cambi improvvisamente...
E a proposito, proprio perché ho vissuto per quattro anni in Toscana, non me la sento di avvalorare l'affermazione di sofiablu. Non ho niente contro l'aretino, ma anche lì, studenti e professori, parlavano un italiano regionale, se non ricordo male. L'unica differenza, forse, è che, almeno gli studenti (molto giovani all'epoca), non ne erano consapevoli, mentre in altre regioni d'Italia i parlanti sono ben consci della/e differenza/e tra il loro "dialetto" (una parola ormai da usare con cautela) e l'italiano standard.

Per ritornare alla domanda posta da Angioletta, a me piacciono tutte le lingue -standard e non. Come tutti, immagino, in momenti diversi mi sono appassionato particolarmente a lingue diverse -dal giapponese allo spagnolo al russo --e amo il creolo di Capo Verde immortalato nelle canzoni di Cesaria Evora. Per quanto riguarda i "dialetti" d'Italia, personalmente preferisco il napoletano -forse perché amo particolarmente la commedia napoletana.
Saluti,
Nino


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Fiamma Lolli
Italy
Local time: 12:07
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La mia lingua è la mia sola terra... Oct 15, 2006

... o qualcosa del genere (cito a memoria), disse Ingeborg Bachmann.
Che io, non conoscendo il tedesco, leggo solo tradotta.
Ho la vaga impressione che si sia perso di vista un punto fondamentale: una lingua non esiste senza chi la parli, prova ne sia che una lingua muore quando muore l'ultima persona che la parla. Perciò non esiste l'italiano ma gli italiani: l'italiano privo di inflessioni, perfetto dal punto di vista della dizione, comprensibile e pulito ma povero e triste degli spot pubblicitari. L'italiano ricco della propria essenza territoriale, il "Giovanni Falcome rrrrimarrrrà" pronunciato da paolo Borsellino nel cortile di Casa Professa, a palermo, tre settimane prima di morire, e che fa ancora venire i brividi 8almeno a me). E l'italiano incantevole e lussuoso di Pasolini, o di Fortini, in cui l'eco della provenienza geografica abbandona la crisalide del dialetto per trasformarsi in una farfalla che vive non ventiquattr'ore ma anni, tutti gli anni dai quali entrambi continuano a mancarmi. L'italiano commovente di Alda Merini, che parla come può - e meno male che ancora c'è e ancora parla. E l'italiano preciso e puntuto di Giovanna Botteri che non si riesce a capire di dove sia (credo Trieste ma non ne sono certa). E l'italiano becero e corrotto da un dialetto di cui si è schiavi senza visibili catene in cui le stesse infinite "r" siciliane (quasi una y argentina o nicaraguense) di Borsellino diventano vezzo ed esclusione, il coattese-comichese (un vero romano non dice "annamo" o "namo" bensì "imo" ma questo oramai lo sanno in pochi), il padano (?), i toscanismi duri a morire, con docenti che dicono "son cose che si dicano" (e magari scrivono "son cose che si scrivano"...).
Una lingua viva, una lingua cioè che ha persone vive che la parlino e che parlandola la tengono in vita, è, come tutto ciò che vive, destinato a corrompersi. Ciò può fare tristezza, e ne fa, ma è il destino ineluttabile di ogni organismo vivente. La sua impermanenza la rende umana. Pensate a una parola come sciuscià: "inventata" nel dopoguerra dai ragazzini (i pischelli, avrebbe scritto Pasolini più avanti) di Napoli che inseguivano i militari statunitensi per lucidargli le scarpe in cambio di qualche moneta: shoe shine, e chi lo capiva? O meglio, sciuscià capivano: e sciuscià fu. Oggi chi potrebbe negare che sciuscià è parola italianissima?
O, tornando al siciliano e per restare in tema di ragazzini, caruso: dal greco, nientemeno, couròs (pietà, non ho font greci: meglio così).
E in Romagna? Ragazzino è puerino: dal latino puer. Il punto, quindi, non credo sia dialetto sì/dialetto no: diversità e/è bellezza implica che si possa scegliere, di volta in volta, la lingua che parliamo e che ci parla. Implica cioè che la diversità sia una gamma espressiva (e significativa, e comunicativa) tra cui scegliere, non una gabbia - ancor peggio, una gabbia priva di sbarre visibili - dalla quale gridare una diversità che è solo isolamento.
Ti capisco, Sofia, quando dici che questo paese (o quel che ne resta) non ti manca se non per la sua lingua. Anche io ne sono stata lontana a lungo e a lungo ho pensato che non vi avrei più rimesso piede. Poi l'ho fatto, oggi vivo sulla terra in una casa nelle cui immediate vicinanze nessuno, tranne me e mio marito (toscano, che dice dicano e scrivano al congiuntivo anche se parla al presente indicativo e ogni volta mi si rizzano i peli), parla italiano: dialetto, e dialetto perugino. Non facile a capirsi nemmeno dopo molti anni.
E da quando sono tornata ho visto (letto) e sentito (ascoltato) l'italiano cambiare e assumere al proprio interno e fare propri nuovi vocaboli, inventati, ricalcati o mutuati: precariato, esternalizzazione, devolution, ma anche internauta, bioregionalismo, transgender. Sospendo il giudizio ma esercito la critica, sempre.
Una lingua viva è una lingua che cresce e si modifica. Solo i fossili sono perfetti, cioè non destinati a cambiare. Poi possiamo discutere se crescere è in sè una buona cosa... ma nessuna persona è un'isola e men che meno un'isola-che-non-c'è.
Con molto amore, dal cuore della notte.


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lanave  Identity Verified
Italy
Local time: 12:07
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Un po' di confusione Oct 15, 2006

Si parla di inflessioni dialettali o di correttezza lessicale e grammaticale? Sono due cose ben distinte. Un conto è ascoltare un'annunciatrice con una cadenza romanesca, un conto è invece sentir parlare una che commette errori.... e certo siamo umani e non tutti puristi della lingua.

A causa del mio retaggio linguistico, parlo con le "o" chiuse. Tuttavia il mio modo di esprimermi è corretto e adeguato al mio livello di studi e livello culturale. Nonostante abbia vissuto metà dei miei anni nel nord dell'Italia, mi sono rifiutata di prenderne l'accento. Certo il modo di esprimermi si è naturalmente adeguato al nuovo ambiente, ma non ho perso dei tratti distintivi che un orecchio attento può senz'altro identificare. Tali tratti distintivi sono l'espressione delle mie radici, della mia storia, dei miei antenati. Dicono a quale luogo appartengo. Sono alla base dello studio della linguistica! E non è certo questo a negare il mio essere italiana o cittadina del mondo, anzi. Lo sono ancora di più nella misura in cui so da dove provengo.
Certamente se si parla di lingua italiana sono altrettanto "rigida", non ammetto infatti calchi e neologismi provenienti da altre lingue se non strettamente necessari (quando mai lo è con il ricchissimo vocabolario che abbiamo?). Eppure giorno dopo giorno ne siamo invasi grazie ad esterofili, o più semplicemente orde di pigri, che piuttosto che sforzarsi di tradurre un termine straniero fanno in modo che diventi parte della nostra lingua: oltre che più facile è anche più "figo". E' questo che inquina la nostra bella lingua e non la conservazione dei dialetti.

Sono stata recentemente in Germania per lavoro. Ho studiato anni fa il tedesco, ma non l'ho coltivato come lingua di lavoro. Ho costatato che in Germania si fa largo uso di termini italiani. Sarà per la presenza massiccia di italiani o per l'amore/odio da parte dei tedeschi nei nostri confronti, non so conosco troppo poco questo paese, eppure mi ha stupito vedere che per esempio nei menu dei bar oltre all'internazionale "cappuccino" c'è il "latte macchiato" e il "caffè e latte". Vada per il cappuccino, ma i tedeschi non hanno un modo per tradurre gli altri due?

Non si tratta di campanilismo, provincialismo o ristrettezza culturale, ma senso di protezione nei confronti di un bene. E' assurdo pensare che si otterrebbe una maggiore coesione nazionale in Italia attraverso la soppressione dei dialetti. Sono altre le misure che servono e non è questo il luogo per discuterne.
Non va dimenticato tuttavia che la storia dell'Italia unita è estremamente recente. L'Italia è una nazione molto giovane.

Per finire, non entro nel merito dei motivi che portano una persona a decidere di lasciare l'Italia, ma c'è da riflettere sul fatto che molti di noi preferiscono andare via piuttosto che rimanere in Ialia a far prevalere la mentalità del rispetto e non quella del menefreghismo. Anche riguardo alla lingua.


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texjax DDS PhD  Identity Verified
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Le parole semplici Oct 16, 2006

Riprendo da qui:

Angio wrote:
sono convinta che non si possa fare il traduttore senza amare profondamente le lingue.


Delle lingue amo molte cose, ma non le lingue in se stesse.
Apprezzo e mi affascinano i virtuosismi linguistici, dai quali talvolta mi lascio trasportare, ma non hanno niente a che fare con la mia passione per le lingue.

Delle lingue amo le culture e le sottoculture che sottintendono. Mi intriga il cercare di scoprire perchè e come si verbalizzano i pensieri, i concetti, i sentimenti.
Perchè alcuni popoli hanno mille modi per dire odio ed altri uno o nessuno?
Perchè alcuni hanno mille modi per dire amore, ed altri uno?

Amo i dialetti e le inflessioni dialettali.

Delle lingue amo la musicalità, l’armonia del suono.
Amo il giapponese e l’americano parlato con l’accento del sud. Amo il siciliano, il bolognese, il napoletano. Adoro Totò e la sua parlata, Totò e Peppino (che non riesco a scindere al punto che sono per me un’unica entità e non due persone distinte), Aldo Fabrizi, Sordi, Verdone ed i loro accenti.
Amo la lingua sarda.

Amo la lingua dei vecchi, le parole antiche e semplici, e loro saggezza.

Amo la lingua dei bambini, le parole nuove e semplici, e la loro saggezza.

B.

PS. Per me l’infanzia è passata, la vecchiaia si avvicina ogni giorno di più ma ancora pare lontana..Tutto quanto sopra, quindi, lascia il tempo che trova..
Un saluto affettuoso a tutti.


[Edited at 2006-10-16 01:20]


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Riccardo Schiaffino  Identity Verified
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E perché dovrebbe essere inammissibile? Oct 16, 2006

sofiablu wrote:

È inammissibile dover ascoltare da un telegiornale nazionale notizie enunciate da giornalisti con pesanti inflessioni regionali. O sentir recitare attori che non hanno evidentemente mai seguito corsi di dizione, una delle basi fondamentali di quella professione.


Se parliamo di annunciatori che usano un italiano improprio, con l'indicativo dove dovrebbe esserci il congiuntivo, e parole straniere usate a sproposito o inutilmente ("election day" ad esempio, mi sembra del tutto inutile), allora possiamo essere d'accordo.

Altro conto, invece, è un accento regionale, pesante o leggero che sia. Che gli annunciatori parilino oguno con il proprio accento mi va benissimo. Molto meglio che non un accento omogeneneizzato scipo che non è parlato in realtà da nessuno.

Per quanto poi riguarda gli attori e i corsi di dizione, non sono sicuro a cosa tu ti riferisca: se vuoi una parlata modulata e perfettamente articolata, grazie: no - preferisco attori (soprattutto al cinema), che parlino in modo naturale - non in un dialetto artificiale che nessuno parla in Italia.

Te l'immagini Don Camillo, Montalbano, Totò, Peppino, e via dicendo privi del loro accento?
Un po' come il "pesto" senza l'aglio che certi ristoranti servono ai turisti di fuori Genova (cioè ai "foresti").

[Edited at 2006-10-16 03:47]


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Angie Garbarino  Identity Verified
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TOPIC STARTER
Ecco appunto un paragone tra tedesco e italiano o francese? Oct 16, 2006

Anna Lanave wrote:Sono stata recentemente in Germania per lavoro. Ho studiato anni fa il tedesco, ma non l'ho coltivato come lingua di lavoro


Un paragone, se ti va di farlo tra queste due lingue in quanto a suono, difficoltà grammaticale, stile? Oppure visto che l'italiano è la tua (nostra) lingua e forse pensi di non essere obiettiva allora forse un paragone tra francese e tedesco?

Mi piacerebbe davvero un discorso del genere

Buona settimana a tutti

Angio


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Maurizio Valente  Identity Verified
Italy
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D'accordo con Riccardo Oct 16, 2006

E a proposito di accento omogeneneizzato, quello che è terribile è il birignao. Lo noti ad esempio nella pubblicità. Non so se ve ne siete accorti... La prima volta l'ho sentito quando sono andato all'IKEA. Poi, una delle rare volte che ho acceso la televisione, mi sono accorto che tutte le voci dei messaggi fuori campo degli spot pubblicitari si stanno "allineando" su quel particolare "modulo vocale" ..
E l'altra cosa tremenda è il modo di parlare degli annunciatori dei telegiornali (sì, lo so, dovrei chiamarli giornalisti, ma mi sembra un'esagerazione). In una stazione della metropolitana di Napoli i monitor diffondono un telegiornale "virtuale". Virtuale nel senso che l'annunciatore non è una persona reale, ma un'immagine generata da un software. I movimenti delle labbra e dei muscoli facciali cambiano in funzione dei suoni emessi. Impressionante. Uno degli annunciatori virtuali somigliava vagamente a Keanu Reeves. Ma la cosa più impressionante è stata quella di notare che non c'era poi 'sta grande differenza rispetto ai telegiornali con persone presunte vere. Che queste siano degli androidi? Avete mai visto il sorriso "automatico" della presentatrice che dallo studio intervista i commentatori delle gare di Formula 1? Agghiacciante, dice una frase e poi fa quel sorriso stereotipato, sempre uguale, un semplice spasmo.

Beh, scusate il fuori tema. Al bando dunque gli errori grammaticali e di sintassi, ben vengano gli accenti, ma soprattutto le voci "naturali", non artefatte.
E quanto alle lingue, anche se è vero che esistono lingue più musicali di altre, è anche vero che dipende molto da come le si parla. Il tedesco, ad esempio, nella bocca di uno può sembrare una sequenza di suoni sgradevoli, una continua percussione di "caccavelle" (termine napoletano indicante le pentole in alluminio), ma nella bocca di un altro può essere dolcissimo. E se poi viene cantato ... pensiamo ad es. a Lili Marlen, o alle cantate di Bach, roba da sciogliersi per la commozione.


Riccardo Schiaffino wrote:


Se parliamo di annunciatori che usano un italiano improprio, con l'indicativo dove dovrebbe esserci il congiuntivo, e parole straniere usate a sproposito o inutilmente ("election day" ad esempio, mi sembra del tutto inutile), allora possiamo essere d'accordo.

Altro conto, invece, è un accento regionale, pesante o leggero che sia. Che gli annunciatori parilino oguno con il proprio accento mi va benissimo. Molto meglio che non un accento omogeneneizzato scipo che non è parlato in realtà da nessuno.

Per quanto poi riguarda gli attori e i corsi di dizione, non sono sicuro a cosa tu ti riferisca: se vuoi una parlata modulata e perfettamente articolata, grazie: no - preferisco attori (soprattutto al cinema), che parlino in modo naturale - non in un dialetto artificiale che nessuno parla in Italia.

Te l'immagini Don Camillo, Montalbano, Totò, Peppino, e via dicendo privi del loro accento?
Un po' come il "pesto" senza l'aglio che certi ristoranti servono ai turisti di fuori Genova (cioè ai "foresti").

[Edited at 2006-10-16 03:47]


[Edited at 2006-10-16 12:00]


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Joris Bogaert  Identity Verified
Italy
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Le varietà della lingua Oct 16, 2006

Per me “la” lingua italiana non esiste, o meglio: è un concetto astratto. Esistono le varietà della lingua italiana, tutte con un fascino tutto loro, con un lessico colorito ed apprezzabile o meno... ma tutte uniche. Io vivo in Toscana, e posso dire che non si tratta di un ‘Italiano puro’, considerando non solo l’interazione fra le diversità dei vernacoli vari (livornese, pisano, fiorentino, senese…), ma sopratutto le influenze esterne dovute alla mobilità della gente, matrimoni con italiani provenienti da altre regioni ecc... Il mitico ‘toscano dantesco’ ormai sarà parlato soltanto da qualche contadino nella campagna senese.

Nel ‘mio’ italiano infatti convive sia un accento toscano (varietà del vernacolo pisano e livornese), sia accenni di un accento pugliese (altamurano-barese), specie nella pronuncia della ‘o’ e della ‘e’ … Non parlo nessun dialetto (mi piacerebbe esserne pure capace), ma assorbo il più possibile dal mio ambiente, analizzando le radici delle parole, le somiglianze con altre varietà ecc... Ovvio: agli stranieri non bisogna insegnare il dialetto, ma non credo neanche negli insegnanti puristi. Sarebbe invece indispensabile inserire nel curriculum la varietà della lingua, poiché rappresenta l’essenza della lingua italiana, e anche della sua bellezza.

Restando in tema, anche l’olandese (neerlandese) non è ‘una’ lingua, bensì un compendio di varietà regionali e dialettali. Come lingua si consolidò dal dialetto di Amsterdam mescolato a quello di Anversa. Ne apprezzo le varietà, ma non la trovo 'bella' come l'italiano. La pronuncia degli olandesi varia molto da quella dei fiamminghi. Apprezzo la lingua neerlandese sopratutto nella lettura. Sono andato a molte manifestazioni della letteratura neerlandese, e leggo tutt’ora libri nella mia lingua madre.

Tuttavia, ho uno strano rapporto di odio-amore verso la mia lingua madre. La cosa che più deploro del neerlandese (e che invece ammiro molto nell’italiano) è l’ortografia: contorta, irregolare e fastidiosa. Il dettato in Belgio (Fiandre) esiste fino all’ultimo anno del liceo e ogni anno si ripropone il ‘Groot dictee der Nederlandse taal’, una competizione che trovo inutile quanto autolesionista. In sostanza si tratta di un pugno di linguisti intellettuali che si rifiuta di attuare la riforma del “Progressieve spelling” nata negli anni '60 e che mirava a semplificare l’ortografia del neerlandese. Questi eruditi temono infatti di ‘impoverire’ la lingua semplificandone l’ortografia (macché stai addì??). Creano regole assurde che cambiano ogni 3-4 anni, e poi si fanno del male proponendo un dettato “che se riesci a fare meno di 20 errori sei un genio”. Mi pare del tutto ridicolo… L’italiano invece ha un'ortografia relativamente semplice basata sulla pronuncia, con margini di tolleranza (esempio: lo pneumatico - il pneumatico) accettabili e non dogmatici.


[Edited at 2006-10-16 10:57]


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