L'eredità latina

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L'eredità latina

By Maria Antonietta Ricagno | Published  11/12/2011 | Italian | Recommendation:
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Quicklink: http://www.proz.com/doc/3424
Il latino autoctono, cioè quello che si suppone fosse usato e parlato in Italia verso la fine dell'Impero, rappresenta la base di partenza per l'esame del lessico italiano attuale, la gran parte del quale è infatti composta da termini di uso comune, le cosiddette parole panromanze, che si trovano cioè in tutte le lingue neolatine. Alcuni esempi:
- terra < lat. Těrra (fr. Terre; sp. Tierra)
- cielo < lat. Caelum (fr. Ciel; sp. Cielo)
- acqua < lat. Aqua (fr. Eau; sp. Agua)
- fuoco < lat. Fŏcus (fr. Feu; sp. Fuego)
- cane < lat. Canis (fr. Chien; sp. ant. Can)
- morire < lat. Mŏri (fr. Mourir; sp. Morir)
La composizione del latino autoctono, tuttavia, enumera anche termini greci del tutto assimilati dal latino:
- lat. Gubernare < gr. Gubernare oltre che voci del latino cristiano e del greco non tradotte, come ad esempio: - gr. ecclesia (> lat. Ecclesia; ita. Chiesa; fr. Église; sp. Iglesia) Infine, le lingue romanze contengono anche termini gallici o celtici, come ad esempio: - Cambiare (it. cambiare; fr. Changer; sp. Cambiar) - Camisia (it. camicia; fr. Chemise; sp. Camisa)
Parlando di latino autoctono non si può sicuramente sorvolare sul complesso problema delle differenze tra latino classico e latino parlato. Di quest'ultimo non abbiamo una conoscenza completa, ma solo parziale e imperfetta, in quanto purtroppo si tratta di una lingua poco attestata, a differenza del latino classico, cioè letterario, per il quale disponiamo di un corpus documentale vasto.
Tuttavia, è possibile notare come sia stata una pratica comune quella di sostituire lessemi del latino classico con altri corrispondenti del latino parlato:
- lat. class. Equus > lat. parl. Caballus (da cui: it. Cavallo, fr. Cheval, sp. Caballo) - lat. class. Domus > lat. parl. Casa o Mansio in Francia (da cui: it. Casa, fr. Maison, sp. Casa) - lat. class. Ignis > lat. parl. Fǒcus (da cui: it. Fuoco, fr. Feu, sp. Fuego)
Alcune di queste modifiche sono state motivate dalla poca resistenza al logorio fonetico delle parole del latino classico o da una loro deficienza semantica che le rendeva inadeguate all'uso. Non sempre si è trattato, però, di modifiche passate inosservate perfino all'epoca in cui sono state introdotte. Abbiamo, ad esempio, una testimonianza di Lattanzio (Divinae Institutiones 4,14) che commenta così la sostituzione di un termine classico:
- "... vulgus appellat extractum foco torrem." a ulteriore testimonianza di come l'italiano, insieme con le altre lingue neolatine, abbia
conservato il termine del latino parlato (it. Tizzone, fr. Tison, sp. Tisón).
Da questo breve esame e guardando agli esempi precedenti, risulta chiaro come il latino autoctono sia presente nell'italiano attuale grazie alle modificazioni intervenute nella lingua e all'inserimento di tali modifiche nel codice linguistico. Tuttavia, questa presenza è dovuta anche all'inserimento di prestiti nell'italiano, poiché il latino autoctono rappresenta una delle maggiori
fonti di prestiti linguistici, se non la più importante in assoluto per le lingue neolatine. Queste ultime, pur allontanandosi sempre più dal latino fino a diventare lingue indipendenti, con una propria struttura, hanno comunque mantenuto un legame con la lingua di origine, in particolare nella prima fase del mutamento, quando i parlanti non erano ancora coscienti di scrivere una lingua e parlarne un'altra, cioè la fase che Giacomo Devoto definisce di ‘bilinguismo inconscio'.
In tale fase, i parlanti non percepiscono ancora il latino scritto e il latino parlato come due lingue diverse e gli scambi osmotici tra le due lingue consentono un arricchimento reciproco: la lingua colta resta ‘viva' grazie all'uso dei parlanti, mentre quella ‘volgare' cerca di nobilitarsi facendo ricorso a termini colti e letterari. Si tratta di un processo che continua ancora oggi ed è anche evidente se prestiamo attenzione a come le parole che esprimono concetti astratti, filosofici o artistici siano, parzialmente o completamente, prese dal latino o dal greco, che, pur se definite ‘lingue morte', continuano a essere una fonte di lessico non concreto.
È utile, a questo punto, accennare al concetto di diacronia e sincronia linguistica. Se immaginiamo i due concetti come due assi che si incrociano, la sincronia coincide con la simultaneità, mentre la diacronia con la successione, cioè il fluire delle relazioni linguistiche. In altri termini, se guardiamo ai prestiti dal latino dall'angolo sincronico, essi ci appaiono come un'altra lingua, mentre da quello diacronico rappresentano semplicemente prestiti da una fase precedente della stessa lingua. Questi prestiti sono noti come voci dotte o latinismi, e non sono dei semplici prestiti da una lingua a un'altra, bensì sono caratterizzati da alcune peculiarità e possiedono caratteristiche fonetiche e semantiche proprie: poiché hanno saltato alcune fasi evolutive organiche, presentano una fonetica diversa e spesso il loro significato è più vicino a quello latino. Dal punto di vista sincronico, cioè dei parlanti, questa distinzione non ha senso e non viene rilevata; essi, infatti, considerano le voci dotte come parte del lessico attuale.
Come già accennato in precedenza, i prestiti dal latino, iniziati a partire dall'Umanesimo, continuano ancora oggi, a sottolineare che non abbiamo mai perso il contatto con quella lingua, e il nostro lessico mostra i segni più immediatamente evidenti di tale processo. A riprova di ciò, basti pensare a parole modernissime come turboreattore, atomizzare, nucleare ecc.
Oltre al criterio fonetico, siamo in grado di differenziare le parole mutuate dal latino da quelle modificate attraverso l'evoluzione autoctona anche usando il criterio semantico, che presenta vari aspetti, dei quali due sono i più comuni:
- in presenza di allotropi, altrimenti detti doppioni, quello colto mantiene il significato più vicino a quello della parola-etimo latina (ad es., Vezzo e Vizio < lat. Vĭtium);
- al contrario, quello popolare mantiene il significato più vicino al latino (ad es., Raggio e Radio < lat. Radius)
Questo spiega perché i doppioni colti hanno sviluppato un significato astratto usato nel linguaggio scientifico.


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