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Non è forse il caso di cambiare atteggiamento mentale?
Thread poster: Claudio Nasso

Claudio Nasso  Identity Verified
Italy
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Dec 6, 2009

Buongiorno a tutti,

so benissimo che questo intervento scatenerà polemiche a non finire, che mi si dirà che sono un sognatore (o un idealista che dir si voglia), che farà pensare che, probabilmente, vivo nel “Paese dei campanelli” e dell’“Isola che non c’è”.

In questi ultimi periodi, leggendo (lo ammetto, non con regolare frequenza) il forum italiano vedo, sostanzialmente, solo lamentazioni, elenchi delle cose che non vanno, interventi su come il nostro sistema fiscale/previdenziale ci richiede una congrua percentuale del nostro fatturato, e via dicendo.

Ora, mi sorgono spontanee un paio di domande:

“Come mai, visto che tutto è così dichiaratamente negativo e distruttivo, visto che [a quanto si dice] tutto sta andando in malora ecc., siamo comunque ancora in migliaia tutti disposti a ‘staccare il nostro numerino’ per partecipare al circo [Barnum] delle assegnazioni delle proposte di lavoro pubblicate, indipendentemente dalla loro validità/serietà/competenza?”

“Come mai, visto che tutto è così in sfacelo e indecente, continuiamo testardamente a partecipare alla ‘corsa sfrenata’ per accaparrarci un potenziale progetto [anche se non soddisfacente da un punto di vista economico, nel senso lato dell’accezione] invece che guardarci intorno e pensare, o inventarsi, un altro tipo di attività che sia comunque consono ai propri studi/esperienza/capacità?”

E soprattutto, “Dobbiamo davvero pensare di essere tutti degli assoluti idioti, visto che perseveriamo nel portare avanti un’attività che ci stressa, che è assolutamente deleteria, che non è remunerativa, che ci obbliga a sottostare ai desiderata più o meno accettabili dei clienti ecc. senza prendere in considerazione la possibilità di riciclarci?”

In sostanza, non è forse arrivato il momento di smetterla di lamentarsi per vedere quello che davvero c’è di positivo (e lasciatemelo dire di meraviglioso) in questa nostra professione? Non è forse arrivato il momento per ognuno di noi di guardare con un occhio diverso a quello che stiamo facendo?

Non voglio entrare nella diatriba sull’imposizione fiscale/contributiva. Partiamo dal presupposto che ogni cittadino deve costituzionalmente contribuire, in base al proprio reddito, al benessere nazionale e della società di cui fa parte e che i discorsi del tipo “Se dichiaro tutto non campo” sono inaccettabili (le tasse e i contributi previdenziali vanno pagati da tutti, lavoratori autonomi o dipendenti che siano, in base al proprio reddito onesto, veritiero e regolarmente dichiarato nella sua completezza, fatte salve le detrazioni ammesse per legge).

Allora, non è forse il caso di smetterla di lamentarsi? Non è forse il caso che coloro che reputano la nostra professione come un “macigno non più sopportabile” tolgano il disturbo, e abbiano il coraggio di guardarsi davvero intorno e a trovare alternative più soddisfacenti, remunerative e meno stressanti per pagare (come ho letto da qualche parte) ICI, tasse, assicurazione auto e quant’altro?

Direi che per queste persone, il perseverare in un’attività che considerano assolutamente deleteria, non remunerativa e assolutamente insopportabile sia una condizione molto prossima al masochismo. “Mi faccio (mi fanno) del male, ma Dio mio quanto mi piace! (farmi del male, intendo)”

Quella del traduttore non è l’unica risorsa professionale esistente al mondo per chi ha studiato o per chi conosce le lingue, ce ne sono molte altre in grado di soddisfare queste capacità.

La nostra è un’attività sostanzialmente creativa che, per essere svolta correttamente, professionalmente e in modo da garantire al committente (agenzia o cliente diretto che sia) un prodotto finale adeguato, richiede serenità d’animo, apertura mentale, prospettive positive e non negatività, acrimonia, sensazioni di sentirsi sfruttati, oppure “odio” verso una condizione impositiva/previdenziale che non fanno altro che influire in modo deleterio sulla creatività di cui sopra.

Ma questa serenità d’animo, visione costruttiva e positività fanno parte di un esercizio puramente individuale, e le si raggiungono, dal mio punto di vista, trovando il corretto bilanciamento tra le positività di quello che abbiamo deciso di fare come lavoro e le negatività che dobbiamo interfacciare, dando la priorità alle prime. Se le positività non sono superiori alle negatività, beh, allora forse è meglio pensare davvero a trovare un’alternativa che sia più soddisfacente. Una qualsiasi persona perennemente insoddisfatta o negativa nei confronti del proprio lavoro (sia esso autonomo o un rapporto di dipendenza) non sarà mai in grado di dare il meglio di sé, né di svolgere il lavoro richiesto nel modo migliore possibile.

Grazie per l’attenzione.

Claudio


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Mariella Bonelli  Identity Verified
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Prima di tutto grazie Dec 6, 2009

Claudio, questo tuo intervento mi sembra un raggio di sole nella nebbia. Dopo un'infinità di discussioni su ciò che non funziona, finalmente qualcuno che interpreta un pensiero sicuramente mio, ma non soltanto, credo.
Grazie per aver dato voce a chi la pensa come te, ma per una serie di motivi non esce allo scoperto.
Condivido ogni parola di ciò che hai scritto, non potrei essere più d'accordo.


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Rita Bilancio  Identity Verified
Local time: 21:54
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forse Dec 6, 2009

Claudio ho letto il tuo lungo post e devo ammettere che in parte condivido quanto hai detto.
In particolare nel punto in cui parli di affannarsi a fare offerte per i jobs. Senza entrare in dettaglio il mercato si è ritorto contro chi lavora a cifre bassissime e ora comincia davvero a non farcela più.
Inutile lamentarsi se si inviano risposte a chi offre 0,04eur/parola e soprattutto inutile ribattere: "Ho contattato l'agenzia per mandarle la mia offerta superiore". Salvo i rari casi di chi è in buona fede qualcuno mente...
Detto questo, è anche vero che non siamo una categoria unita e che a volte bisognerebbe fare gioco di squadra. E imparare da altre categorie che su tematiche relative alla professione sono decisamente più in sintonia di noi.
So già che qualcuno non sarà d'accordo ma se le cose non vanno come dovrebbero andare, davvero si dovrebbe tentare di capirlo e cercare una giusta strategia di attacco.

[Modificato alle 2009-12-06 22:26 GMT]


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beati i sognatori ... Dec 6, 2009

e per fortuna che esistono!
grazie mio omonimo di nome, di sogni e di ideali


Claudio


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texjax DDS PhD  Identity Verified
Local time: 15:54
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Un problema di approccio Dec 6, 2009

Per semplicità e chiarezza, prima di iniziare preciso che quanto segue non si riferisce al traduttore occasionale, a chi fa il traduttore per arrotondare, per tirar su due spiccioli, ma a chi lo fa o intende farlo di mestiere, ai professionisti.
Claudio Nasso wrote:
“Dobbiamo davvero pensare di essere tutti degli assoluti idioti, visto che perseveriamo nel portare avanti un’attività che ci stressa, che è assolutamente deleteria, che non è remunerativa, che ci obbliga a sottostare ai desiderata più o meno accettabili dei clienti ecc. senza prendere in considerazione la possibilità di riciclarci?”
na qualsiasi persona perennemente insoddisfatta o negativa nei confronti del proprio lavoro (sia esso autonomo o un rapporto di dipendenza) non sarà mai in grado di dare il meglio di sé, né di svolgere il lavoro richiesto nel modo migliore possibile.[/quote]
Nelle tue ultime righe parli dell'insoddisfazione nei confronti del proprio lavoro in generale (autonomo o dipendente), ma secondo me la chiave o una delle cause principali di frustrazione e insoddisfazione qui, fra noi, in questi thread di traduttori freelance e non di operai di qualche azienda ItalPetrolCemenTermoTessilFarmoMetalChimica, risiede proprio nel fatto di svolgere un'attività da libero professionista e di sentirsi o farsi trattare come un dipendente, con poca voce in capitolo e con potere contrattuale limitato.
Il problema fondamentale quindi, per come la vedo io, è che l'approccio di molti all'attività di traduttore libero professionista è quello del lavoratore dipendente.
Per fare brevemente il punto della situazione, ogni lavoratore rientra essenzialmente in una delle tre definizioni seguenti:

a) Imprenditore. Colui che gestisce un'attività d'impresa, ovvero un'attività economica il cui scopo finale è la produzione o scambio di beni o servizi (esclusi dalla categoria i professionisti del dumping, che classifico con un altro appellativo).
b) Libero professionista o lavoratore autonomo. Colui in possesso di una professionalità acquisita tramite percorsi formativi vari (idealmente una laurea), che fornisce le sue prestazioni in maniera indipendente e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente.
c) Lavoratore dipendente o subordinato. In base al Codice Civile, colui che collabora all'impresa su retribuzione, prestando la propria opera intellettuale e/o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell'imprenditore.
Esiste poi un'ulteriore sottoclassificazione, ma la cosa esula dagli scopi di questo intervento.

Non sono un'esperta né ho tempo e voglia di imbarcarmi in una ricerca approfondita, ma grossomodo le cose stanno come sopra.
Ora, la distinzione fra i tre tipi di figure professionali e il conseguente approccio e atteggiamento mentale nei confronti del lavoro è o dovrebbe essere chiara, almeno a grosse linee e molto semplicisticamente: l'imprenditore gestisce un'attività economica d'impresa, il libero professionista non è subordinato a nessuno, mentre il lavoratore dipendente lo è.

Il traduttore freelance è, per definizione, un libero professionista e come tale dovrebbe condurre la sua attività.

Ultimamente, ogni volta che leggo i vari rave and rant sulle tariffe, su quanto offrono per un determinato lavoro, sulla mancanza di rispetto per la professione (e presunta professionalità), sui lunghi tempi di pagamento del cliente (spesso sottoscritti), ho l'impressione di leggere proprio gli sproloqui di un certo tipo di lavoratore dipendente, frustrato, infelice, convinto di avere poche risorse e potere, con atteggiamento di sottomissione e spesso di rassegnazione nei confronti della sua "condizione".

Non mi stupirei se un giorno qualcuno proponesse di fare sciopero contro le agenzie di traduzione.

Il professionista comanda rispetto perché è consapevole del suo valore, delle sue competenze e della sua professionalità. Al libero professionista le tariffe non si impongono: il libero professionista ha un onorario, più o meno flessibile, più o meno alto, ma comunque il suo onorario. Nessuno glielo impone, nessun cliente ha il potere di stabilirlo. Se lavorate da liberi professionisti ma è il committente a stabilire le vostre tariffe...forse è il caso di chiudere baracca e burattini e di iniziare a impiegare il tempo per fare domande di assunzione al più vicino stabilimento.

Non più tardi di un paio di giorni fa ho letto il post di un* giovane collega, naturalmente frustrat* e insoddisfatt*, che, a conti fatti, guadagna ben 6 euro lordi all'ora (netti circa 2,64), con tanto di laurea in lingue. A prescindere dal presunto danno all'immagine professionale della categoria (presunto perché francamente non mi sento lesa da tali cifre né credo che nessun vero professionista qui lo sia), il mio consiglio spassionato per tali individui è di cambiare mestiere, che è certamente più facile e meno impegnativo che cambiare mentalità.

Perché farsi il fegato cattivo per 2 (DUE) eurolire, dico io? Non ne vale la pena. L'infelicità richiede troppa energia.

Riciclatevi o svegliatevi.

La nostra è un’attività sostanzialmente creativa che, per essere svolta correttamente, professionalmente e in modo da garantire al committente (agenzia o cliente diretto che sia) un prodotto finale adeguato, richiede serenità d’animo, apertura mentale, prospettive positive e non negatività, acrimonia, sensazioni di sentirsi sfruttati, oppure “odio” verso una condizione impositiva/previdenziale che non fanno altro che influire in modo deleterio sulla creatività di cui sopra.


Sono d'accordo, Claudio, ma probabilmente sono meno idealista di te (almeno oggi, sarà il raffreddore) e non vedo questa professione come una pubblicità del Mulino Bianco. OK alla creatività, al lavoro meraviglioso e al voler consegnare il miglior prodotto possibile, ma cerchiamo di essere realisti e sinceri una volta per tutte. Il discorso è quello di fare il mestiere che si desidera (qualunque siano le motivazioni di base) con serenità perché ti ci mantieni decorosamente, perché non vivi sul groppone di mamma e papà fino alla (tua) menopausa o andropausa, perché sai che a fine mese non avrai problemi a pagare il mutuo, perché nessuno di cui non sei dipendente ti impone le proprie condizioni, perché non sei e non ti senti succube delle situazioni, perché sei proattivo, perché sei orgoglioso di quello che fai e perché ti fai retribuire proporzionalmente alle tue capacità (!).

Se questo lavoro di traduttore freelance, per quanto in love with languages un* possa essere, non consente di vivere e di essere mentalmente e finanziariamente indipendenti come si desidera, se procura solo malumori e rabbia, i casi sono due: o si modifica radicalmente l'approccio oppure ci si ricicla in qualche modo.

L'unica alternativa possibile sembra essere quella di aprire un thread qui o altrove e di scaricare virtualmente e ciclicamente le proprie frustrazioni...magra consolazione tutto sommato.

-Editato per correggere un errore di battitura-

[Edited at 2009-12-07 01:05 GMT]


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Federica D'Alessio
Italy
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Differenze minori di quanto si creda Dec 7, 2009


Per fare brevemente il punto della situazione, ogni lavoratore rientra essenzialmente in una delle tre definizioni seguenti:

a) Imprenditore. Colui che gestisce un'attività d'impresa, ovvero un'attività economica il cui scopo finale è la produzione o scambio di beni o servizi (esclusi dalla categoria i professionisti del dumping, che classifico con un altro appellativo).
b) Libero professionista o lavoratore autonomo. Colui in possesso di una professionalità acquisita tramite percorsi formativi vari (idealmente una laurea), che fornisce le sue prestazioni in maniera indipendente e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente.
c) Lavoratore dipendente o subordinato. In base al Codice Civile, colui che collabora all'impresa su retribuzione, prestando la propria opera intellettuale e/o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell'imprenditore.
Esiste poi un'ulteriore sottoclassificazione, ma la cosa esula dagli scopi di questo intervento.



Condivido la logica di quanto detto finora, ma credo che vada pensato che viviamo in un mondo e in mercati che non sono propriamente liberi come si suol dire, e una delle cause scatenanti della crisi economica che stiamo vivendo è che dovunque, in qualunque settore, in qualunque parte del mondo, i pesci grossi dettano le regole ai pesci piccoli, siano essi imprenditori-imprese, liberi professionisti o lavoratori dipendenti: sono appunto i pesci piccoli che stanno pagando questa benedetta crisi.
Se così tante aziende medio-piccole hanno chiuso i battenti negli ultimi anni è perché le grandissime aziende, e in primis, in Italia, l'azienda-Stato, non pagano o pagano con tempi abnormi e possono permetterselo perché appunto sono lo stato o sono aziende enormi o monopolistiche o oligopolistiche.
Da questo punto di vista la differenza fra piccole imprese, liberi professionisti e lavoratori dipendenti è minore di quanto si creda, anche perché il lavoro dipendente sta rapidamente scomparendo per far posto a una categoria di lavoro diversa, cioé il lavoro contrattualmente autonomo, e dipendente di fatto, che riguarda credo l'80% delle persone dai 35 anni in giù.
Il sistema economico italiano, secondo me, è allo sfascio in modo ormai irreversibile e non passerà molto, credo, che si scateneranno fulmini e saette.
Proprio per questo però sono d'accordo col fatto che lamentarsi è inutile e ulteriormente dannoso. Ci vuole creatività e magari anche un pizzico di solidarietà in più fra le persone non guasterebbe.

[Edited at 2009-12-07 00:06 GMT]


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Mariella Bonelli  Identity Verified
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Liberi apputo Dec 7, 2009

texjax DDS PhD wrote:

Il traduttore freelance è, per definizione, un libero professionista e come tale dovrebbe condurre la sua attività.


La distinzione delle categorie che hai fatto e in particolare quest'ultima affermazione toccano davvero un punto fondamentale che molti traduttori sembrano trascurare completamente, mettendosi sullo stesso piano di un lavoratore dipendente. Questa la considero una grave ignoranza, imperdonabile per chi svolge una professione in proprio, che porta a lamentarsi di continuo, per anni, per pagine, sulle offerte che presentano prezzi bassi.
È vero, come afferma Federica, che i grandi squali, sotto diverse forme, vorrebbero stritolarci, ma poiché siamo appunto liberi, abbiamo delle armi, tante, ed è forse su queste che dovremmo caso mai concentrarci. Essere propositivi, com'è sicuramente successo anche in questo forum, può essere un primo passo anziché continuare a piangerci addosso.


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Manuela Dal Castello  Identity Verified
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Precisazione Dec 7, 2009

Claudio Nasso wrote:

Non voglio entrare nella diatriba sull’imposizione fiscale/contributiva. Partiamo dal presupposto che ogni cittadino deve costituzionalmente contribuire, in base al proprio reddito, al benessere nazionale e della società di cui fa parte e che i discorsi del tipo “Se dichiaro tutto non campo” sono inaccettabili (le tasse e i contributi previdenziali vanno pagati da tutti, lavoratori autonomi o dipendenti che siano, in base al proprio reddito onesto, veritiero e regolarmente dichiarato nella sua completezza, fatte salve le detrazioni ammesse per legge).


Solo per precisare che, essendo d'accordo con Claudio su buona parte di quanto scrive, ritengo anche che sia indispensabile per un cittadino di uno stato libero e civile, contribuire per quanto possibile a rendere migliore il proprio Paese.
Se sento al telegiornale che gli industriali chiedono che non si vada alla ricerca di chi evade le tasse perché loro, poverini, hanno tante difficilotà, e sto zitta, a chi do una mano? Al mio paese o agli evasori?

A mio parere non si tratta tanto di lamentele ma di "risveglio di coscienza".
Manuela


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Emanuela Casola  Identity Verified
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Niente di nuovo sul fronte occidentale Dec 8, 2009

Claudio Nasso wrote:

In sostanza, non è forse arrivato il momento di smetterla di lamentarsi per vedere quello che davvero c’è di positivo (e lasciatemelo dire di meraviglioso) in questa nostra professione? Non è forse arrivato il momento per ognuno di noi di guardare con un occhio diverso a quello che stiamo facendo?

La nostra è un’attività sostanzialmente creativa che, per essere svolta correttamente, professionalmente e in modo da garantire al committente (agenzia o cliente diretto che sia) un prodotto finale adeguato, richiede serenità d’animo, apertura mentale, prospettive positive e non negatività, acrimonia, sensazioni di sentirsi sfruttati, oppure “odio” verso una condizione impositiva/previdenziale che non fanno altro che influire in modo deleterio sulla creatività di cui sopra.



Caro Claudio, tutte le attività per essere svolte correttamente e professionalmente richiedono serenità d'animo, non vedo perché separare la nostra dalle altre professioni. Si sente sfruttato chi lo è, e fa bene. Si DEVE sentire sfruttato. Se lavori da sfruttato e non ti senti sfruttato allora c'è un problema.

Se davvero hai seguito le discussioni degli ultimi giorni, avrai visto molte persone intervenire per "cambiare" le cose che non vanno, per migliorarle, il messaggio comune era "Basta lamentarsi, agiamo". Se poi tu credi che lottare per cambiare le cose quando non vanno sia sbagliato e che invece bisogna accontentarsi tanto ci vogliamo tutti bene e alla fine siamo felici perché abbiamo il sole e siamo gentili...c'è un problema. Questo tipo di mentalità io la considereri "un po' molto" tipica del nostro paese, dove l'idea di agire insieme per cambiare quello che non va non è mai esistita.

Siamo tutti positivi quanto te, abbiamo tutti voglia che le cose vadano meglio, quindi questo atteggiamento di dire che alla fine tutto va bene e che ci vogliamo bene e che siamo felici...non mi sembra molto costruttivo. Poi forse va bene per te, che lavori, la butto lì, da più di vent'anni, ma noi giovani siamo a contatto con un mondo un tantino diverso.

Ripeto, questa esortazione all'ottimismo lascia il tempo che trova e poi non dice nulla di nuovo rispetto agli interventi dei giorni scorsi che erano, anzi, tutti ottimisti del tipo: facciamo qualcosa insieme per cambiare ciò che non va.


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Mariella Bonelli  Identity Verified
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Positività Dec 8, 2009

Emanuela Casola wrote:

Ripeto, questa esortazione all'ottimismo lascia il tempo che trova e poi non dice nulla di nuovo rispetto agli interventi dei giorni scorsi che erano, anzi, tutti ottimisti del tipo: facciamo qualcosa insieme per cambiare ciò che non va.


Anche se ti sei rivolta a Claudio, visto che ho detto di condividere il suo pensiero, vorrei chiarire cosa intendo io nello specifico. Questa rimane comunque solo la mia idea.

Per quanto mi riguarda, il tono un po' più ottimista di cui si parla non ha a che vedere in particolare con le discussioni sull'INPS dei giorni scorsi. In quella circostanza mi è sembrato al contrario di vedere una solidarietà tra colleghi positiva e propositiva.

Quello che considero nebuloso è la polemica continua sulle tariffe (di cui ho accennato più volte), i toni polemici se non aggressivi anche tra colleghi e l'aprire ripetutamente discussioni di tono negativo o di critica fine a se stessa sul nostro stato di professionisti e su questo o quell'aspetto del nostro lavoro. Questo secondo me non porta veramente a nulla.


[Edited at 2009-12-08 11:17 GMT]


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2G Trad  Identity Verified
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Luoghi comuni Dec 8, 2009

Emanuela Casola non fa che ripetere:
Questo tipo di mentalità io la considererEi "un po' molto" tipica del nostro paese, dove l'idea di agire insieme per cambiare quello che non va non è mai esistita.

Ripeto, questa esortazione all'ottimismo lascia il tempo che trova e poi non dice nulla di nuovo rispetto agli interventi dei giorni scorsi che erano, anzi, tutti ottimisti del tipo: facciamo qualcosa insieme per cambiare ciò che non va.


Gli interventi cercavano di avere una parvenza di costruttività, ma le basi da cui partivano e i commenti in cui invariabilmente ricadevano erano tutti pessimistici o fondati su luoghi comuni come "in Italia non avete questo, non avete quello. In Italia siete così, noi invece siamo così. Figuriamoci se lì fanno questo" e via dicendo.

Come italiano e come traduttore dico che qui le cose si fanno e siamo molto attivi. Probabilmente, certe persone che hanno scelto di cambiare nazione, e ormai sono ex-italiani, non sanno più molto di noi e parlano per cliché.

Questo sì che lascia davvero il tempo che trova.

Saluti dall'Italia
Gianni


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Claudio Nasso  Identity Verified
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TOPIC STARTER
No, proprio niente di nuovo sul Fronte Occidentale Dec 8, 2009

Cara Emanuela,

lungi da me fare polemiche ma ci sono alcune “cosine” che vanno chiarite.
tutte le attività per essere svolte correttamente e professionalmente richiedono serenità d'animo, non vedo perché separare la nostra dalle altre professioni.

Non ho mai detto che la nostra è l’unica professione che richiede serenità d’animo ma, visto che stavo parlando del nostro campo professionale, mi riferivo logicamente ai traduttori e mi pare di non avere escluso né separato il resto del mondo. In effetti i forum su ProZ mi pare che vengano per lo più frequentati dai nostri colleghi e non mi risulta (o per lo meno non mi ricordo di aver letto) che vi siano lunghi interventi da parte degli studiosi delle teorie quantistiche o di ingegneri subatomici, o di altre categorie professionali, che hanno loro luoghi/siti/forum nei quali poter dibattere delle loro attività/realtà.
Si sente sfruttato chi lo è, e fa bene. Si DEVE sentire sfruttato.

Su questo non ci piove, ma solo se la condizione non è una sua libera scelta: “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”.
Se lavori da sfruttato e non ti senti sfruttato allora c'è un problema.

Si è detto ampiamente qui e altrove che siamo dei liberi professionisti, che non siamo dipendenti da nessuno, che siamo noi che stabiliamo le tariffe e che siamo noi a decidere se farci sfruttare o meno. Pertanto, nel nostro caso la tua affermazione sull’esistenza di un problema se si lavora da sfruttato e non ci si sente sfruttati, beh, qui non regge proprio. Se nel nostro caso sei sfruttato è perché ti sei messo nelle condizioni di esserlo (vuoi per accettazione di condizioni inique, vuoi per aver accettato tariffe che ti fanno sentire sfruttato e che non ti permettono di vivere decentemente) e questo non dipende sempre e comunque dai committenti. I committenti ci provano, ma sta a noi accettare o meno le loro condizioni inique o le loro proposte economiche.
Se poi tu credi che lottare per cambiare le cose quando non vanno sia sbagliato e che invece bisogna accontentarsi tanto ci vogliamo tutti bene e alla fine siamo felici perché abbiamo il sole e siamo gentili...c'è un problema.

Non mi pare né di aver detto, né di aver trasmesso questa sensazione. Non fa parte del mio background/educazione sociale e politica; le mie lotte per cambiare le cose le ho sempre fatte, continuo a farle e hanno una storia più che trentennale, pagando di persona le mie scelte (nel bene e nel male). E ti assicuro che il tuo “ci vogliamo tutti bene … perché abbiamo il sole ecc. ecc.” potrà essere un problema, ma non è certo un mio problema.
Questo tipo di mentalità io la considero "un po' molto" tipica del nostro paese, dove l'idea di agire insieme per cambiare quello che non va non è mai esistita.

Qui evito di commentare perché sarebbe troppo facile controbattere a questi luoghi comuni.
Poi forse va bene per te, che lavori, la butto lì, da più di vent'anni, ma noi giovani siamo a contatto con un mondo un tantino diverso.

Per me va bene solo perché, da quando ho iniziato questo lavoro (nel 1976, alla fine dell’università), che non ho mai cambiato ma solo integrato e sviluppato professionalmente, ho sempre avuto rispetto per me stesso e per il servizio che offrivo, senza per questo mancare mai di rispetto ai miei committenti. Se quanto mi proponevano non mi andava bene, ci rinunciavo, comunicavo loro il mio disappunto e mi rivolgevo altrove, punto e basta (cosa che continuo a fare tutt’oggi). E non è questione di 20 o 30 anni, è solo questione di avere rispetto per se stessi, per proprio lavoro e di avere una mentalità commerciale/amministrativa che ti consenta di valutare quello che ti conviene economicamente o meno. Non ho mai lavorato in perdita e non ho mai accettato lavori/commesse che non mi permettessero di vivere, pagare tasse, allevare e fare studiare i miei figli, pagare contributi, affitti, utenze, sfizi, annessi e connessi, né quando ero alle prime armi, né dopo. Quindi il tuo esempio di “noi giovani siamo a contatto con un mondo un tantino diverso” non regge. Il mondo con sui siete a contatto voi “giovani”, beh, mi pare proprio che sia anche quello che dobbiamo interfacciare sia io, sia molti altri colleghi della mia generazione (tanto per chiarirci, quelli che hanno finito l’università o che hanno iniziato questa attività alla metà degli anni Settanta. L’età anagrafica/professionale non c’entra un accidente! I problemi nella nostra professione che hanno i ”giovani” non sono diversi da quelli dai miei o dei colleghi più “anziani” (fatta salva, se vuoi, una maggiore esperienza acquisita negli anni, ma questa è nella realtà delle cose, in qualsiasi professione).

Per concludere, la mia non è un’esortazione all’ottimismo puro e semplice e al “siamo tutti felici nella casa del Mulino Bianco” (tanto abbiamo il sole, no?) ma, come ho già detto un invito a cercare di cambiare mentalità e smetterla di piangersi addosso segnalando sempre le solite e vecchie scontentezze. Se vuoi era un invito, più o meno esplicito, a coloro che non sopportano più questa situazione, che si sentono sfruttati (per colpa loro, ribadisco) o che stanno pagando la loro scelta di sottostare a condizioni capestro (economiche o contrattuali) a cambiare rotta oppure a trovarsi un’alternativa più consona, più remunerativa e con meno “problemi” (per riprendere un tuo termine).

Per fortuna, come liberi professionisti, abbiamo ancora la possibilità di poter scegliere come comportarci!

Claudio


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Giovanni Guarnieri MITI, MIL  Identity Verified
United Kingdom
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grazie! Dec 8, 2009

2G Trad wrote:

Probabilmente, certe persone che hanno scelto di cambiare nazione, e ormai sono ex-italiani, non sanno più molto di noi e parlano per cliché.

Questo sì che lascia davvero il tempo che trova.

Saluti dall'Italia
Gianni


di cuore... da un ex-italiano...

Gianni

[Edited at 2009-12-08 13:23 GMT]


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Giuliana Buscaglione  Identity Verified
Austria
Local time: 21:54
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Luoghi comuni 2 - per me non è uno spaccato della realtà Dec 8, 2009

Ciao Gianni,

per quanto convenga con te in linea generale, cioè sul fatto che chi non è informato dovrebbe astenersi dall'esprimere un'opinione (che non può avere, proprio perché non informato dei fatti) apprezzerei che i cliché non venissero applicati in entrambi i sensi.

La generalizzazione è tra l'altro un off limit


Chiusa questa breve parentesi, dovuta come "estranea" che non si conta tra i "molti" di Gianni, quanto a ciò che scrivi, Claudio, ciò che appare dai forum non è, a mio avviso, uno spaccato della realtà, altrimenti saremmo tutti masochisti, farsi del male quando non si crede in un miglioramento o nella possibilità o nell'opportunità di cambiare qualcosa, almeno per sé, anche piccola piccola, un pochino per volta, non sarebbe altro che una forma di masochismo a mio parere.

Ora, per me è solo ciò che appare, ma non è. La sproporzione tra propositivi e negativisti in questo (e in molti altri) forum è riconducibile a un malessere di fondo che allontana chi ragiona e agisce in un modo diverso per alcuni motivi, sostanzialmente perché dire che cosa potrebbe essere, forse come mai e come eventualmente fare, con intento costruttivo ben inteso, in modo diretto, sulla base di qualche annetto di esperienza, viene ampiamente travisato e filtrato sulla base di convenzioni che andrebbero interpretate anziché essere usate alla lettera.

Io ritengo che i lamenti di Federico non portino a nulla se a essi nulla segue proattivamente (= fini a loro stessi), perciò mi astengo dall'iniziare un nuovo lamento o dal partecipare a quello di altri se l'andare controcorrente o dire la propria onestamente e senza polemica alcuna non è ciò che è "contemplato"-

Giuliana


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texjax DDS PhD  Identity Verified
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Member (2006)
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Luoghi comuni, cliché, offese e quant'altro Dec 8, 2009

2G Trad wrote:

Emanuela Casola non fa che ripetere:
Questo tipo di mentalità io la considererEi "un po' molto" tipica del nostro paese, dove l'idea di agire insieme per cambiare quello che non va non è mai esistita.

Ripeto, questa esortazione all'ottimismo lascia il tempo che trova e poi non dice nulla di nuovo rispetto agli interventi dei giorni scorsi che erano, anzi, tutti ottimisti del tipo: facciamo qualcosa insieme per cambiare ciò che non va.


Gli interventi cercavano di avere una parvenza di costruttività, ma le basi da cui partivano e i commenti in cui invariabilmente ricadevano erano tutti pessimistici o fondati su luoghi comuni come "in Italia non avete questo, non avete quello. In Italia siete così, noi invece siamo così. Figuriamoci se lì fanno questo" e via dicendo.

A cosa ti riferisci, Gianni?
Ho ridato uno sguardo a questo thread, che suppongo sia quello a cui ti riferisci:
http://www.proz.com/forum/italian/151409-possibile_aumento_inps:_opponiamoci.html
e non trovo alcuna conferma alle tue parole. Lì ho trovato solo gli interventi di colleghi stranieri che vivono in Italia e condividono pertanto i problemi fiscali di tutti gli italiani, e di due altri colleghi italiani che vivono all'estero. In nessuno dei loro post ho letto, e neanche fra le righe, "in Italia non avete questo, non avete quello. In Italia siete così, noi invece siamo così. Figuriamoci se lì fanno questo". Forse ti stai riferendo a qualche altra discussione e sono io ad essere male informata?
Di conseguenza non comprendo neanche la tua affermazione seguente:
Come italiano e come traduttore dico che qui le cose si fanno e siamo molto attivi.

Ok.
Probabilmente, certe persone che hanno scelto di cambiare nazione, e ormai sono ex-italiani, non sanno più molto di noi e parlano per cliché.
Questo sì che lascia davvero il tempo che trova.

Ed eccola qui...come (troppo) spesso capita in questi fora prima o poi ci scappa l'offesa, poi l'attacco personale, la discussione prende un'altra piega, si finisce di ragionare su quelli che sono i punti fondamentali e il tono inevitabilmente scade.
Mi chiedo cosa ci sia di costruttivo in tutto ciò.
Ma non sarebbe davvero ora di cambiare atteggiamento, in tutti i sensi e una volta per tutte?
Detto questo, vi saluto cordialmente.
B.
Italiana (e orgogliosa di esserlo) residente all'estero


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Non è forse il caso di cambiare atteggiamento mentale?

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