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Power to the translator? In che modo influire sulle trasformazioni della lingua madre?
Thread poster: Federica D'Alessio

Federica D'Alessio
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May 11, 2010

Care colleghe e colleghi,
questo è un argomento che considero spinoso e delicato ma ci tengo a sapere cosa ne pensate voi.
Tutto nasce da una revisione di un testo di marketing con cui sono alle prese stamattina che in italiano comincia così:

"BEST PRACTICE:

2) XXX per YYY: Business Intelligence e Data Warehousing

Laddove anche XXX e YYY sono nomi di aziende in inglese, pur essendo italianissime entrambe. All'inizio pensavo che il traduttore avesse consegnato per sbaglio il file originale invece di quello tradotto. Poi ho scorto il "per" e la "e" e ho capito. Era in italiano. O meglio, all'italiano era rimasto quello, una misera preposizione, una miserrima congiunzione. Qui già si apre una domanda che riguarda ovviamente il mercato globale in cui viviamo e le sue contraddizioni perverse, _anche_ dal punto di vista linguistico: perché due aziende italiane scrivono un comunicato congiunto e lo scrivono in inglese? Vabbè.

Comunque, iniziando la revisione dalla prima riga, ho cercato anche sugli elenchi qui su Proz e in giro e "best practice" è lasciato quasi ovunque così. In inglese. Eppure una traduzione in italiano esiste, c'è, è pure ufficiale e qualcuno la usa, ed è "miglior prassi": suona un po' burocratica, ammetto, ma forse proprio perché non viene mai usata... e poi come suona "best practice"? Non suona come una cosa piazzata lì che fa figo ma è palesemente incastrata come il cavolo a merenda, come un conoscente invadente che si deve per forza ficcare in mezzo a una conversazione?
E l'italiano non è ormai pieno zeppo di queste cose qui? Mentre qualcuno vorrebbe reintrodurre i dialetti a scuola obbligatori, qua la lingua si sta atrofizzando a forza di anglicismi. Premetto che non sono contraria alle trasformazioni della lingua perché significherebbe sostanzialmente essere contrari alla vita, visto che la lingua si trasforma (non si evolve, si trasforma) per il semplice fatto che viviamo parlando e che siamo esseri umani in continua trasformazione, sono però contraria alle pigrizie e alle prepotenze che stanno portando a un uso dell'inglese talmente tanto diffuso che la gente ormai conosce sempre meno parole della propria lingua madre, da una parte, e dall'altra, colmo dei colmi, non ritiene di dover studiare per bene questa lingua straniera nemmeno quando infila una English word dietro l'altra nel suo discorso. Provare a Montecitorio per credereicon_biggrin.gif
In questo caso però mi si pone un dilemma professionale non da poco: come traduttrice sono in grado e soprattutto mi riguarda, mi compete, condurre una battaglia per tradurre in un italiano che sia proprio italiano? Ed è giusto, o è più giusto accettare di cavalcare l'onda dell'inglese ogni tre per due? Che criteri devo far prevalere in questo caso nelle mie scelte terminologiche? Perché ad esempio è indubbio che "best practice" sia entrato nel linguaggio aziendale comune, lo dimostrano i glossari qui su Proz in cui va per la maggiore, quasi nessuno ha inserito nel glossario "miglior prassi". Eppure è questa la traduzione perfetta, e non è un calco, come invece lo è "migliori pratiche" che pure ogni tanto salta fuori. Devo mantenermi nell'aura americana dell'azienda che a quanto sembra predilige gli inglesismi, secondo me più per pigrizia e superficialità che non per altro, o invece far prevalere l'autorità della lingua madre? Insomma qual è la "Best practice - Miglior prassi" in questo caso?
Curiosa di sapere cosa ne pensate,
Federica

[Edited at 2010-05-11 11:07 GMT]


 

Francesco Mai  Identity Verified
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nessuna battaglia in ambiti settoriali May 11, 2010

Capisco perfettamente (e condivido) la preoccupazione circa la lingua italiana di Federica.

Noi, però, siamo professionisti che offrono un servizio ad un cliente, non paladini della lingua.
Se il cliente parla correntemente di "best practice" e l'espressione in causa, nel settore del cliente, sta soppiantando "miglior prassi", io opterei con decisione per l'anglicismo.

Antiestetico? Cacofonico? Bruttino? Si, ma non sta a me giudicare.
A me interessa fornire a chi mi ha contrattato un testo non solo corretto, ma anche fruibile.
Se il lettore finale si trovasse nella situazione di chiedersi "Cos'è questa miglior prassi? Sarà proprio la best practice o qualcosa che le assomiglia?", personalmente, non sarei soddisfatto del mio lavoro.

Abbiamo già tante preoccupazioni; la difesa della lingua italiana lasciamola all'Accademia della Crusca e a chi scrive i libri di testo per i bambiniicon_smile.gif


 

Federica D'Alessio
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Già, però... May 11, 2010

Francesco Mai wrote:

Capisco perfettamente (e condivido) la preoccupazione circa la lingua italiana di Federica.

Noi, però, siamo professionisti che offrono un servizio ad un cliente, non paladini della lingua.
Se il cliente parla correntemente di "best practice" e l'espressione in causa, nel settore del cliente, sta soppiantando "miglior prassi", io opterei con decisione per l'anglicismo.

Antiestetico? Cacofonico? Bruttino? Si, ma non sta a me giudicare.
A me interessa fornire a chi mi ha contrattato un testo non solo corretto, ma anche fruibile.
Se il lettore finale si trovasse nella situazione di chiedersi "Cos'è questa miglior prassi? Sarà proprio la best practice o qualcosa che le assomiglia?", personalmente, non sarei soddisfatto del mio lavoro.

Abbiamo già tante preoccupazioni; la difesa della lingua italiana lasciamola all'Accademia della Crusca e a chi scrive i libri di testo per i bambiniicon_smile.gif


Capisco le tue ragioni. Sono ancora indecisa e siccome ho tempo fino a domani ho deciso di prendermelo tutto per continuare a pensarci (a proposito di "quante parole si traducono in un giorno? Certi testi a volte ti lasciano a pensare ore e ore per una frase sola! E questo, aggiungerei, è il bello, lo stupendo del nostro mestiere).
D'altra parte il dilemma cui l'espressione "power to the translator" si riferisce è anche un altro. Ovvero: come traduttore mi devo adattare all'uso che il cliente fa della lingua, o anche, magari per via omeopatica, lenta, sagace, senza farmene accorgere magari, piano piano e con fare sornione provare a "correggere" l'indirizzo della lingua da parte del cliente, o meglio, dei lettori del suo testo che tu giustamente ricordi, visto che sono pur sempre lettori italiani e io sto parlando loro nella nostra lingua comune?
Confesso che è questo ciò che faccio per alcuni settori in cui lavoro, il gaming in particolare, che è stracolmo di parole lasciate direttamente così come sono in inglese, fondamentalmente perché la gente ha cominciato a giocare online andando sui siti esteri per anni e quindi ripetendo un po' il loro linguaggio.
Se oggi non ha alcun senso tradurre l'espressione "all in", per dire, perché tutti la conoscono e sanno benissimo che vuol dire e la traduzione in italiano forse non la capirebbe nessuno, perché devo lasciare, che ne so, "dealer" e non tradurlo con "mazziere" come lo si è sempre chiamato fin dalla notte dei tempi in italiano? Magari il ragazzino che ci passa le nottate intere e incolla il naso a tutte le trasmissioni in televisione lo storcerebbe, il naso - però capirebbe - mentre gente come mio padre, per fare un esempio, credo mi ringrazierebbe di cuore perché a lui piace giocare a poker e lo fa da quarant'anni e l'ha sempre fatto in italiano. Suppongo che qui entrino in gioco tanti altri fattori, per esempio il tipo di pubblico medio di un certo sito che traduciamo ecc. D'altra parte i clienti spesso chiedono a noi traduttori di prendere le decisioni che riteniamo più giuste. Non sempre, ma in alcuni casi abbiamo effettivamente un certo potere di indirizzare la lingua, almeno credo, appunto non so cosa ne pensiate voi. Dobbiamo e possiamo esercitarlo? Oppure come ritiene Francesco meglio lasciare questo compito ad altri e fare fede sull'uso comune, anche quando ci infastidisce?


 

Manuela Dal Castello  Identity Verified
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umile commento May 11, 2010

"Sei stata te a iniziare 'sto thread, che non c'habbiamo altro da fare che impicciarci di come devono scrivere il resto dei nostri fellow inhabitants? metti lì due parole, se le hanno da capire le capiscono."

No, mi rifiuto di lasciar andare le cose alla deriva, altrimenti c'è il rischio serio che, tra qualche anno, qualcuno pensi che le mie parole di cui sopra siano corrette. Leggere i commenti di De Mauro o di Eco fa riflettere.

Non dico che bisogna combattere contro i mutamenti linguistici e nemmeno che, a tutti i costi, si debba cercare una traduzione italiana di certe parole o espressioni straniere che hanno una loro connotazione, vuoi per brevità o per ricchezza espressiva. Ma abbiamo una lingua che non è seconda a nessuna**, e secondo me abbiamo il dovere di usarla al meglio.
Le aziende del testo di Federica vogliono avere un look anglofilo? Ci può stare, in fin dei conti tutti ci infiliamo i blue-jeans ogni tanto. Ma dobbiamo anche saper metterci in tailleur se l'occasione lo richiede, e anche il grembiule se dobbiamo pasticciare in cucina.
Intendo dire che tailleur lo usiamo tutti per indicare un certo tipo di vestito (non per indicare il sarto, significato primario del termine in francese) e se lo traducessimo con "completo" avremmo frainteso qualcosa. Dall'altra parte, è inutile chiamare "strawberry" una fragola, visto che il termine italiano esiste, è comprensibile, non ha connotazioni negative ecc.
Nel testo di Federica, secondo me qualche anglicismo può avere la sua ragione di essere. Ma senza che il testo italiano sia un "Itanglish", che visto da fuori potrebbe anche suscitare ilarità (avete presente Ricky Tognazzi nella pubblicità dei sottaceti?).

Per finire, Francesco: chi scrive libri (in italiano) per bambini DOVREBBE avere a cuore la lingua italiana. Invece non mi sembra che sia così, visto che sono pieni di errori di grammatica, sintassi e ortografia.

Solo i miei 2 cent (per di più, oggi, svalutati rispetto al dollaro).
Manuela


edit: mi sono dimenticata che avevo messo ** per aggiungere un richiamo: la lingua italiana non è seconda a nessuna perché nessuna lingua è prima e nessuna è seconda o terza ecc. Ogni lingua è diversa, come storia, sonorità, costruzione ecc., ed è l'unione delle diversità che crea la ricchezza. Aughicon_smile.gif

[Edited at 2010-05-11 12:51 GMT]


 

Giovanni Guarnieri MITI, MIL  Identity Verified
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Condivido... May 11, 2010

Francesco Mai wrote:

Capisco perfettamente (e condivido) la preoccupazione circa la lingua italiana di Federica.

Noi, però, siamo professionisti che offrono un servizio ad un cliente, non paladini della lingua.
Se il cliente parla correntemente di "best practice" e l'espressione in causa, nel settore del cliente, sta soppiantando "miglior prassi", io opterei con decisione per l'anglicismo.

Antiestetico? Cacofonico? Bruttino? Si, ma non sta a me giudicare.
A me interessa fornire a chi mi ha contrattato un testo non solo corretto, ma anche fruibile.
Se il lettore finale si trovasse nella situazione di chiedersi "Cos'è questa miglior prassi? Sarà proprio la best practice o qualcosa che le assomiglia?", personalmente, non sarei soddisfatto del mio lavoro.

Abbiamo già tante preoccupazioni; la difesa della lingua italiana lasciamola all'Accademia della Crusca e a chi scrive i libri di testo per i bambiniicon_smile.gif


Nothing to add...icon_wink.gif


 

Yaji  Identity Verified
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Io sono per la difesa dell'Italiano! May 11, 2010

Credo che spetti anche a noi traduttori difendere in certo qual modo la lingua, d’altronde siamo un filtro di comunicazione. La mia lingua madre è lo spagnolo che da sempre traduce tutto. Quando lavoro su testi finanziari italiani, trovo un’infinità di parole in inglese che in spagnolo sono regolarmente tradotte e di uso comune, traduco il termine verso lo spagnolo ma se trattasi di tradurre dallo spagnolo in italiano perdo un sacco di tempo a cercare il termine “inglese”, perche in quell’ambito non è usato l’italiano ma l’inglese “lingua internazionale per gli affari” appunto. Certo questo non accade nel linguaggio giuridico, dove puoi trovare latinismi e ben venga, d’altronde la radice del diritto è quella romana. Ma farei attenzione a sottovalutare il nostro lavoro di quando una parola s’impone il gioco è fatto. Ameno che non si decida di utilizzarla, io che non so l’inglese quando parlo con il promotore finanziario e mi rifila una dietro l’altra parole in inglese gli dico tranquillamente che non ho capito niente, e lungi da me fare finta di capire, parlasse in italiano! E vedi come dopo le parole corrispondenti in italiano esistono e sono chiare ed esplicite, e si fa capire! E poi è un dato di fatto che la bellissima lingua italiana si sta impoverendo proprio per l’incalzante presenza dell’inglese.

 

T F F  Identity Verified
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Power to the people May 11, 2010

La mia personale concezione del traduttore è quella di un soggetto capace di leggere le labbra di chi parla e pronunciare le parole che si aspetta di sentire l'orecchio di chi ascolta...

Nel caso di specie - è la mia personale opinione - l'orecchio di chi legge quel comunicato è lì che aspetta di sentire pronunciare "best practice": come revisore - io non modificherei quindi una scelta che (se ho capito bene) è stata prima dell'autore, poi del traduttore e - se io non mi metto di mezzo - sarà gradita anche al lettore.

Credo che assegnare il giusto spazio alla lingua italiana sia un problema di chi crea il testo (autore): chi lo maneggia (traduttore/interprete/commentatore) ha l'obbligo di farlo con perizia, in modo che liddove è l'italiano che deve sentirsi, si senta il miglior italiano possibile!

Detto ciò, aggiungo due parole circa il tema principale: "influire sulle trasformazioni della lingua madre"...
Federica ricorda correttamente che la lingua non si evolve ma si trasforma - aggiungo io - a seguito dei fenomeni che l'umanità sperimenta: ed infatti, l'Italia non è più quel centro di commerci che è stata ed è quindi ovvio e naturale che impari ad esprimersi nel modo in cui si parla nei centri con cui deve fare affari...Non importa che il termine in italiano esiste, se non ha lo stesso "potere" del corrispondente estero, gli dovrà opportunamente essere preferito quello estero!
Un po' come la lira, a cui ero tanto affezionato: nel momento in cui viene ad esistere l'euro ci fai ben poco con i tuoi 1.936,27 lire...Ora, nel caso dell'euro, la decisione viene assunta da un'istituzione e fa data da un determinato giorno...nel caso delle parole il fenomeno è meno netto, ma ha la stessa identica dinamica!
Su questa linea: oggi, a Budapest hanno i fiorini ungheresi, ma se gli dai l'euro sono più contenti...stiamo a vedere cosa accadrà tra un poco...
Cosa può/deve fare il traduttore in questo processo? Assecondarlo, perché non è suo compito influenzarlo!

Anzi, se posso ancora una piccola osservazione sull'emotività che - a mio parere - troppo spesso anima il traduttore: difendere l'italiano da cosa? Chi lo "attacca"?
Non c'è alcun attacco in corso...Se metti l'italiano a stretto contatto con l'inglese in un recipiente ad accesso globale come Google, che cosa ti aspetti che accada?
Si tratta di un fenomeno fisiologico, che può certamente destare delle emozioni positive o negative, ma attenzione e cercare di animare queste emozioni - nell'interesse di chi poi? mie, dell'italiano, del cliente?

Insomma, la domanda qui è la seguene: tu pagheresti (o faresti pagare al tuo cliente) per "miglior prassi" la stessa fee che paghi per "best practice" nelle aste di AdWords???
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lanave  Identity Verified
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Sempre l'italiano May 11, 2010

In veste di linguisti inneschiamo tendenze.

Direi che pur rispettando la volontà del cliente, l'italiano deve prevalere sul termine straniero. Soprattutto se esiste una traduzione non vedo il motivo per non usarla.

Mi sono sono trovata ad affrontare situazioni rocambolesche a causa di clienti decisi a mantenere l'originale in certi contesti.

Riguardo ai linguaggi settoriali, non di rado si estendono al linguaggio comune portando con sé le parole straniere. E' sufficiente accendere la TV, aprire un giornale, ascoltare la radio.

Anna



[Modificato alle 2010-05-11 14:40 GMT]


 

Federica D'Alessio
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Donne e uomini che la pensano diversamente. May 12, 2010

Cari brillanti traduttori,
è successa una cosa molto curiosa finora in questo thread, non so se l'avete notato.
Le donne finora intervenute, quattro me compresa, si sono schierate con accenti diversi ma mi sembra di poter dire una sostanziale sintonia di posizioni, verso una posizione di maggior cura e attenzione verso la lingua italiana. Gli uomini, tre, verso una posizione di minore responsabilità nei confronti della lingua.
Impossibile non notare questa differenza considerando il fatto che stiamo parlando della lingua madre... evidentemente qualche radice antropologica c'è in questa discussione, ma non mi inoltro su questo terreno, potrebbe uscirne una bagarre pericolosaicon_wink.gif

Provo a rispondere a qualche sollecitazione posta da Renato:

Renato Renno wrote:

La mia personale concezione del traduttore è quella di un soggetto capace di leggere le labbra di chi parla e pronunciare le parole che si aspetta di sentire l'orecchio di chi ascolta...

Nel caso di specie - è la mia personale opinione - l'orecchio di chi legge quel comunicato è lì che aspetta di sentire pronunciare "best practice": come revisore - io non modificherei quindi una scelta che (se ho capito bene) è stata prima dell'autore, poi del traduttore e - se io non mi metto di mezzo - sarà gradita anche al lettore. Credo che assegnare il giusto spazio alla lingua italiana sia un problema di chi crea il testo (autore): chi lo maneggia (traduttore/interprete/commentatore) ha l'obbligo di farlo con perizia, in modo che liddove è l'italiano che deve sentirsi, si senta il miglior italiano possibile!


Alla fine, convinta dalle vostre considerazioni, in effetti ho adottato "Best practice" nella mia revisione finale. Però c'è una cosa che non mi è chiara del tuo commento: l'autore, colui o colei che il testo l'ha scritto, l'ha scritto tutto in inglese, presuppongo per un pubblico anglofono...quindi è normalissimo che il testo in inglese sia in ingleseicon_wink.gif, ciò che è meno normale è che sia il testo in italiano ad essere pure quello in inglese...mi sono spiegata?! La scelta dell'autore si riferisce al pubblico dell'autore, la scelta del traduttore al pubblico del testo tradotto... a questo punto, considerate le vostre riflessioni, mi sono persuasa anch'io che il pubblico di quel testo si aspettasse di leggere "best practice" e che forse la lettura gli sarebbe risultata stonata con "miglior prassi", a maggior ragione perché tutto il resto del testo è pieno zeppo di acronimi ed espressioni inglesi e quindi quel "miglior prassi" in quel caso stonava davvero...Ma le considerazioni più generali sulla lingua mi continuano a stuzzicare e su quelle credo di trovarmi d'accordo con la mia metà del cielo, per così direicon_smile.gif


Detto ciò, aggiungo due parole circa il tema principale: "influire sulle trasformazioni della lingua madre"...
Federica ricorda correttamente che la lingua non si evolve ma si trasforma - aggiungo io - a seguito dei fenomeni che l'umanità sperimenta: ed infatti, l'Italia non è più quel centro di commerci che è stata ed è quindi ovvio e naturale che impari ad esprimersi nel modo in cui si parla nei centri con cui deve fare affari...Non importa che il termine in italiano esiste, se non ha lo stesso "potere" del corrispondente estero, gli dovrà opportunamente essere preferito quello estero!
Un po' come la lira, a cui ero tanto affezionato: nel momento in cui viene ad esistere l'euro ci fai ben poco con i tuoi 1.936,27 lire...Ora, nel caso dell'euro, la decisione viene assunta da un'istituzione e fa data da un determinato giorno...nel caso delle parole il fenomeno è meno netto, ma ha la stessa identica dinamica!
Su questa linea: oggi, a Budapest hanno i fiorini ungheresi, ma se gli dai l'euro sono più contenti...stiamo a vedere cosa accadrà tra un poco...
Cosa può/deve fare il traduttore in questo processo? Assecondarlo, perché non è suo compito influenzarlo!


Io credo, con Anna, che noi come linguisti abbiamo un potere più grande di quanto crediamo di influenzare la lingua in un certo modo. In realtà questo è un potere di tutte le persone, ed è anche un fatto di rapporti di forza, certamente. Per indole sono una che detesta le prepotenze e si ribella come primo moto - cosa non sempre positiva, fra l'altro!! - e credo che si possa parlare di prepotenze anche nei confronti dell'uso della lingua. Stamattina sono un po' a corto d'immaginazione e non mi vengono tanti esempi di usi prepotenti della lingua inglese nel lessico italiano, ma ce ne sarebbero a iosa...dal linguaggio informatico a quello del marketing a quello della comune tecnologia. Una cosa è dire "mouse", che è pure simpatico, e poi sinceramente chiamarlo "topo" non mi rappresenta niente, anche se in Spagna lo chiamano "ratòn" (con l'accento inverso), altra cosa è dire, che ne so, "flaggare" o "tickare", o "downloadare"...che non è manco l'uso dell'inglese nell'italiano, è proprio un mostro e basta :S ...
Se io mi rifiuto di assecondare l'uso di flaggare nei testi che maneggio, siccome ne maneggio tanti, qualcosa farà. Ad esempio nell'ampliare la possibilità di avvicinamento alla tecnologia a persone che parlano e capiscono solo l'italiano. Se in positivo adotto un termine più consono che magari mi richiede quei 10, 20 minuti o 2 ore di sforzo in più ma invece di forzare la lingua la asseconda, ne asseconda la natura, credo sia un contributo positivo alla lingua e a chi quella lingua la usa. Perché la verità, almeno per me, è che infarcire la lingua di inglesismi non corrisponda in realtà alla vera vita delle persone che parlano l'italiano e non gliela semplifica, caso mai gliela complica. In realtà questa è una considerazione che andrebbe molto lontano. C'è qualche collegamento fra la distanza crescente delle persone dalla politica e l'uso di "governance" o del ministero del "welfare", o dell'odio diffuso per l'amministrazione pubblica e la richiesta di un "PIN" per fare qualunque cosa (primo esempio che mi viene in mente, ce ne sarebbero di migliori credo) salvo poi continuare a fare file agli sportelli ? Secondo me sì. Chiaramente non è col dialetto che si risolve la cosa, né tantomeno è un fatto solo linguistico. Appunto perché la lingua è vita vissuta, cioé...parlata.

Anzi, se posso ancora una piccola osservazione sull'emotività che - a mio parere - troppo spesso anima il traduttore: difendere l'italiano da cosa? Chi lo "attacca"?
Non c'è alcun attacco in corso...Se metti l'italiano a stretto contatto con l'inglese in un recipiente ad accesso globale come Google, che cosa ti aspetti che accada?
Si tratta di un fenomeno fisiologico, che può certamente destare delle emozioni positive o negative, ma attenzione e cercare di animare queste emozioni - nell'interesse di chi poi? mie, dell'italiano, del cliente?


Posto che l'avvertenza e la domanda di Renato sono più che legittime, direi molto lecite, credo dovremmo pensare all'interesse generale, e dei più deboli, sempre, anche in questo caso. Quindi dell'utente finale del testo, in quanto traduttori. Mi sta bene "best practice" per un documento che leggeranno fondamentalmente i professionisti IT, avete ragione voi in quel caso. Fosse stato un documento per un'amministrazione pubblica, "best practice" non andava più bene, perché se lo legge mia nonna pensionata, deve poterlo capire, e non me ne frega nulla che l'abbia scritto - o commissionato - un rampante politichello infoiato. Chiaro, se poi quello s'impunta e non mi vuole pagare, non sono certo e non voglio essere una Marianna della miglior prassi, però il mio pensiero va al lettore, e non all'eventuale mente rigida del committente, anche perché se è un testo che andrà letto, più persone lo leggono, più il committente dovrebbe essere soddisfatto, teoricamente. No?

Insomma, la domanda qui è la seguene: tu pagheresti (o faresti pagare al tuo cliente) per "miglior prassi" la stessa fee che paghi per "best practice" nelle aste di AdWords???


Scusa, non ho capito niente, puoi ripetere in italiano?icon_wink.gif

Power to the people icon_smile.gif

Yes! Creativamente e mettendoci d'accordo, affinché neanche linguisticamente ci sia people di serie A, e people di serie B e per alimentare la conoscenza di tutti senza forzature che rischiano di diventare escludenti e di stringere i cerchi della comunicazione, invece che di ampliarli.




[Edited at 2010-05-12 09:28 GMT]


 

Francesco Mai  Identity Verified
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il fine e il mezzo May 12, 2010

Davvero curiosa questa contrapposizione uomini/donne... meriterebbe una discussione (un threadicon_smile.gif ) a parte.

Mi soffermerei, invece, sulla considerazione di Anna: in veste di linguisti, inneschiamo tendenze.

Sarà davvero così?
Eccezion fatta per le traduzioni editoriali, quando ci troviamo di fronte a un testo tecnico/commerciale, a chi ci rivolgiamo?

Io non penso di rivolgermi al grande pubblico, io scrivo per conto del signor Pinco Pallo che mi ha contrattato. Se poi la marca del Sig. P.P. vuole rivolgersi al pubblico parlando di branding, incoming, customer care, merchandising, outsourcing e altre barbarità, faccia pure. Personalmente, visto che non apprezzo questo tipo di comunicazione, non comprerò mai il prodotto del Sig. P.P.

Quindi, e parlo per me, lascio che sia il mercato a decidere le tendenze. Come cliente, ho un certo potere e me ne avvalgo scegliendo il concorrente di P.P. che mi dice, citando Renato, "quello che il mio orecchio si vuole sentir dire".

Come traduttore, invece, mi allineo alle direttive - implicite o esplicite - che mi ha dato il committente. Questo perché considero la lingua come un mezzo di lavoro, non come il fine del mio lavoro.

Forse è vero che noi "giovani" generazioni abbiamo meno ideali di voi colleghi più "vissuti"...


P.S. "Edit" per specificare che non sto dando del vecchietto a nessuno dei colleghi che sono intervenuti. Rileggendo la frase, mi era parsa un po' infelice!

[Modificato alle 2010-05-12 09:12 GMT]


 

Milena Bosco (X)  Identity Verified
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Accademia della crusca May 12, 2010

Un suggerimento saggio ed equilibrato:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4092&ctg_id=44

Buona giornata colleghi.

Milena


 

Giovanni Guarnieri MITI, MIL  Identity Verified
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Come ti permetti? May 12, 2010

Francesco Mai wrote:


Forse è vero che noi "giovani" generazioni abbiamo meno ideali di voi colleghi più "vissuti"...


P.S. "Edit" per specificare che non sto dando del vecchietto a nessuno dei colleghi che sono intervenuti. Rileggendo la frase, mi era parsa un po' infelice!

[Modificato alle 2010-05-12 09:12 GMT]


icon_smile.gif Sarò anche un vecchietto, ma rimango d'accordo con te...icon_wink.gif


 

Federica D'Alessio
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Vissuto a chi?!? May 12, 2010

[quote]Giovanni Guarnieri MITI, MIL wrote:

Francesco Mai wrote:


Forse è vero che noi "giovani" generazioni abbiamo meno ideali di voi colleghi più "vissuti"...


Doppio sgrunt, e io che ancora mi considero una ragazzina, tanto che scrivo mia nonna pensionata è invece è mia mamma, pensionata :S
E tu che mi dici "vissuta"...tzè!!

icon_wink.gificon_smile.gificon_biggrin.gif

Comunque, checché ne dica l'Accademia della Crusca, "softuerizzare" è abbastanza un abominio, almeno per me!
E no, decisamente non la vedo come te, ma credo siano legittimi entrambi i punti di vista.
Tu ti concentri sul cliente, io più sui suoi lettori.
Forse non c'è una regola, magari dipende anche dai settori, e dalla stessa consapevolezza dell'italiano del cliente, che a volte non ne sa proprio nulla, a volte invece ne sa un po', poi c'è chi non ne sa nulla e pensa di saperne, e allora... :S


[Edited at 2010-05-12 15:45 GMT]


 

Gezh
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Buone pratiche... May 12, 2010

Per tornare al termine che ha scatenato la discussione..mi sono trovata a tradurlo anch'io pochi giorni fa dal tedesco, dove ovviamente era in inglese. Quindi, pur non essendo una fan (!) degli anglicismi, l'avevo lasciato così.. Poi ho scoperto una direttiva europea dove avevano tradotto "buone pratiche"..a questo punto ben vengano gli anglicismiicon_wink.gif

P.S. Preciso: non è una direttiva, è il trattato di Lisbona.

[Edited at 2010-05-12 17:10 GMT]


 

Pierluigi Bernardini  Identity Verified
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Più potere ai traduttori, più legnate ai trasgressori! May 12, 2010

Sarò brevissimo ma il tema dei prestiti linguistici mi sta molto a cuore e ogni volta che viene affrontato questo argomento nelle discussioni telematiche o reali intervengo animatamente, per cui non potevo esimermi.icon_smile.gif

La "prepotenza" dell'inglese credo che stia oramai raggiungendo proporzioni devastanti. Ce ne rendiamo conto?

Premesso che la lingua si trasforma direttamente con l'uso che ne fanno i parlanti,

Premesso che primi fra tutti a introdurre selvaggiamente anglicismi sono coloro che influenzano direttamente e per la maggior parte il nostro modo di parlare e/o di scrivere, cioè chi lavora con i mezzi di comunicazione di massa (mass media lo accettiamo, via): giornali, tv, internet, ma anche ad esempio, in modo più circoscritto ma da non sottovalutare, gli addetti ai lavori di un certo settore, ad es. medici, che prendono articoli scientifici americani e il 30% dei termini non li traducono per pigrizia, tanto tra loro si capiscono... eee... non la finiamo più.

Premesso che l'Accademia della Crusca non mi sembra abbia tutto questo potere in materia, oppure sì? chiedo.

Premesso che prenderei a legnate sulle ginocchia mattina e sera chi parla a suon di "mission", "project management", "business core" e altre "orrende amenità" apparentemente per dare un taglio più internazionale alla propria attività, in altre parole perché fa più figo, pardon, "più cool", "si usa così", "lo fanno tutti" e "non so o non c'ho voglia di tradurlo", "ma ha un altro significato". Segue sonora legnata!

Rispettare il destinatario/i fruitori/il pubblico (dite "target" e vi uccido!icon_biggrin.gif e il suo/loro modo di parlare va bene, ma io non avrei di certo lasciato "best practice", non me ne frega niente se al cliente "buona prassi" o quant'altro stona. Perché dovermi adeguare io al suo linguaggio?
Ok, alla fine professionalmente parlando in casi del genere posso capire che mediare sia la "prassi migliore". Però cavolo, riflettiamoci!

Allora dico:
Chi se non noi traduttori, professionisti della scrittura, artisti della parola, creatori di testi che saranno pure una goccia nel mare, va bene, ma intanto contribuiamo a educare, chi se non noi deve "dettare legge" in materia? chi se non noi deve difendere a spada tratta la nostra bella lingua?
Perché intestardirsi a usare il termine inglese anche quando sono presenti perfetti equivalenti italiani? Chi meglio di noi può educare la gente verso un uso più cosciente del parlare e dello scrivere?

E' una questione di ignoranza, pigrizia, piattezza mentale. Perdipiù sento dire che quel dato termine inglese, pur avendo un equivalente, esprime un concetto leggermente diverso: scemenze! Nella stragrande maggioranza dei casi non si vuole tradurlo e si dà appositamente a quel termine, italianizzato dall'inglese o lasciato in originale, un nuovo significato. Pazzesco! Oppure alcuni anglicisimi sono frutto di errori: basti pensare a "no-profit", cose che, giustamente, a un inglese fanno ridere. Ricordiamo l'oramai simpatico "smoking" che fa strabuzzare occhi e orecchi anche allo stilista britannico più alternativo.
Ah, a proposito, di "stylist" e derivati ne vogliamo parlare??! Della serie: "Che fa tua sorella ora?" "La hair stylist" "Ahh... ma scusa, non faceva la parrucchiera?!"

L'italiano non è in pericolo? mm, io non ci metterei la mano sul fuoco.
Secondo me pian piano tutti useranno "summit" e non più "vertice", "report" e non più "rapporto/resoconto/relazione"? "gap" e non "divario/buco", etc.
Così come entrarono allora i vari "babysitter" e altri. Ma chissà perché, sarà l'abitudine o che tutto quanto appartiene al passato ci appare positivo, "babysitter" non mi sta antipatico.

Non sono per il termine italiano sempre e comunque. Assolutamente no. Ma quando è possibilissimo sì. E di puntiglio anche.

E forse alla fine i cari cugini francesi tutti i torti non li avevano quando hanno assaltato roccheforti linguistiche informatiche (per noi invece oggi sempre più inattaccabili) come "software", "hardware" per citarne due, traducendole. Loro traducono tutto o quasi. Oggi un po' meno forse.
Ma i soliti "italioti" siamo noi. Non dico di fare come loro, ma un po' di sano nazionalismo linguistico non fa mai male.

Il mio post è volutamente provocatorio e, dato il poco tempo a mia disposizione, è un po' un calderone di tematiche neanche troppo curato, ma la mia posizione è chiara : battersi fino alla morte per la salvaguardia dell'italiano. Spero susciti attente e più lucide riflessioni, vista l'ora.

P.S. Felice di stare dalla parte delle donzelle.icon_biggrin.gif

Oh, per fortuna che dovevo essere breve, mannaggia a me!



[Edited at 2010-05-12 23:11 GMT]

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